Categoria: Film Disabilità

  • “Altruisti si diventa”

    “Altruisti si diventa”

    TIPOLOGIA: Film

    TEMA: Disabilità fisica (distrofia muscolare di Duchenne)

    TITOLO: “Altruisti si diventa”

    DURATA: 97 min

    REGIA: Rob Burnett

    CAST: Paul Rudd, Craig Roberts, Selena Gomez, Jennifer Ehle, Megan Ferguson, Frederick Weller, Bobby Cannavale…

    GENERE: Drammatico, commedia

    CLASSIFICAZIONE: 🟢 *

    TRAMA

    Ben è un ex scrittore che, in seguito alla separazione dalla moglie, decide di rifarsi una vita diventando un assistente personale per persone con disabilità.

    Il suo primo cliente è Trevor, 18enne con distrofia muscolare di Duchenne dal carattere difficile e dal forte cinismo: dopo un inizio di conflitti, i due intraprendono un viaggio on the road per visitare i luoghi che Trevor ha sempre sognato di vedere attraverso la TV nelle sue giornate chiuso in casa (compreso il buco più grande del mondo), incontrando lungo la strada varie persone non senza affrontare sfide, soprattutto emotive, che permetteranno loro di capire molto sul loro passato e soprattutto sul loro futuro…

    COMMENTO PERSONALE **

    Basato sul romanzo “The Revised Fundamentals of Caregiving” di Jonathan Evison, “Altruisti si diventa” è ufficialmente diventato uno dei miei film preferiti sulla disabilità, per questo evitare di fare un sacco di spoiler mi sarà difficile ma cercherò di impegnarmi.

    Ciò che caratterizza in positivo questo film è il fatto di mostrare finalmente un protagonista con disabilità agli antipodi rispetto a quello che viene costantemente rappresentato: certo, ci si poteva spingere ancora di più (a quando un disabile davvero cattivo? Al momento, soltanto nella serie “Sex Education” che ho già recensito ci si avvicina a questo), ma l’ironia pungente e il cinismo brutale di Trevor ci strapperà più di una risata (il suo primo colloquio con Ben ci fa capire subito che tipo sia, così come i continui scherzi “estremi” ma anche, più nello specifico, scene come quella riguardante la mucca gigante, che mi ha fatto ridere di gusto grazie anche alle pause perfette tra i due protagonisti principali), facendoci in parte dimenticare della sua malattia, come dovrebbe essere se vogliamo normalizzare la disabilità.

    Il fastidio iniziale provato verso sua madre, fin troppo apprensiva e con un senso di protezione talvolta discutibile (penso a quando, durante il primo incontro con Ben, spiegandogli quali sarebbero le sue mansioni specifica che Trevor avrà ancora pochi anni di vita e per questo dovrà essere trattato con attenzione, una precisazione che stona non poco e, pronunciata con quella realistica freddezza da parte di un genitore ad un primo colloquio col caregiver, non fa proprio impazzire…) per fortuna scompare appena ingranato il film, lasciando il posto a una leggerezza che però non si dimentica di emozionare (anche nelle due piccole storie parallele, quella di Dot e quella di Peaches) e allo stesso tempo di far riflettere, con una dolcezza infinita nascosta sotto la scorza di un rapporto di odio e amore complice tra i due viaggiatori. Una delle scene finali, poi, quella della realizzazione del sogno di Trevor, mi ha particolarmente commosso seppur nella sua goliardia.  

    Non riesco a dire oltre se non: guardatelo. “Altruisti si diventa”, come se non bastasse, riesce con intelligente ironia a rompere anche una serie di stereotipi, ad esempio parlando di sentimenti e di amore in ambito disabilità con una naturalezza, evidenziata dal comportamento di Dot, davvero utile per la causa.

    • PRO: Divertente, un po’ sfrontato e intelligente, rappresentando la disabilità finalmente senza pietismo ma facendo comunque emozionare.
    • CONTRO: Avrei spinto ancora di più sul “caratteraccio” (giustificato) di Trevor.

    * LEGENDA CLASSIFICAZIONE:
    🔴 = parla di disabilità in modo totalmente sbagliato (con pietismo, compassione, «inspiration porn» o eccessiva «romanticizzazione») e inoltre ha una pessima trama, banale o emotivamente ruffiana, facendo leva sulla pancia del pubblico;
    🟡 = parla di disabilità non del tutto correttamente a livello concettuale ma ha una trama molto piacevole, emozionante, divertente o con punti interessanti (insomma, rappresenta comunque un buon prodotto di intrattenimento, così godibile però da non far pensare allo spettatore medio che quello che sta guardando non è proprio inclusivo);
    🟢 = parla di disabilità in modo perfetto e ha pure una storia che funziona, accattivante, riuscendo a coinvolgere e a emozionare chi guarda in modo “sano”, senza ricorrere a un pietismo dannoso.

    ** DISCLAIMER:
    Ogni commento a film, docu e serie TV è puramente personale: l’analisi sul fronte “inclusione” si fonda sempre su uno studio multidisciplinare ed esperienza professionale, mentre non c’è alcuna intenzione di dare pareri tecnici cinematografici, non avendo specifiche competenze in materia. Ricordo inoltre che l’arte resta ovviamente in gran parte soggettiva, perciò tutte le altre opinioni (compreso quelle divergenti) meritano rispetto e sono valide, basandosi sulle proprie emozioni. Fanno parte di questa lista quei titoli entrati nella grande distribuzione come Cinema, Netflix o Amazon Video; sono quindi escluse opere, soprattutto amatoriali, che sarebbero invece difficilmente reperibili.

  • “La teoria del tutto”

    “La teoria del tutto”

    TIPOLOGIA: Film

    TEMA: Disabilità fisica (atrofia muscolare progressiva)

    TITOLO: “La teoria del tutto”

    DURATA: 123 min

    REGIA: James Marsh

    CAST: Eddie Redmayne, Felicity Jones, Maxine Peake, Charlie Cox, Emily Watson, Guy Oliver-Watts, David Thewlis, Harry Lloyd, Simon McBurney, Abigail Crutenden, Charlotte Hope, Lucy Chappell…

    GENERE: Biografico, drammatico, sentimentale

    CLASSIFICAZIONE: 🟢 *

    TRAMA

    Siamo nel 1963 e Stephen Hawking è un giovane cosmologo dell’Università di Cambridge che sta cercando di trovare un’equazione per spiegare l’origine dell’universo. A una festa universitaria conosce la studentessa di lettere Jane Wilde: dopo il loro primo bacio, la loro storia d’amore viene ostacolata dalla comparsa della malattia degenerativa di Stephen, l’atrofia muscolare progressiva (malattia del motoneurone), così come gli studi del ragazzo viste le quotidiane difficoltà fisiche.

    Inizialmente, il loro amore e la determinazione di Jane avranno la meglio, ma sarà l’incontro con Jonathan a rompere gli equilibri mentre la condizione di Stephen peggiora sempre di più…

    COMMENTO PERSONALE **

    Se si riesce a superare l’atmosfera un po’ cupa e malinconica, e soprattutto l’inizio un po’ lento, ci troveremo davanti a un film straordinario come lo è stata, fuori dal comune, la vita di Stephen Hawking.

    Non posso dire con certezza quanto la sceneggiatura de “La teoria del tutto” sia aderente alla biografia dello scienziato, posso però confermarne la rappresentazione credibile, mostrando in più occasioni l’intelligenza e la “potenza” di Hawking, ma anche i momenti di sconforto e fragilità, di ricerche continue anche interiori. Il suo amore per il proprio lavoro, per la scienza in generale, per quel sapere che vive di una continua curiosità. 

    Senza fare troppi spoiler, posso dire che la scena che più mi ha emozionato de “La teoria del tutto” è stata quella in cui lui e la moglie Jane si lasciano, senza dirsi troppe parole se non un “ti ho amato tanto”, già sapendo entrambi di essere arrivati al capolinea della relazione: quell’“andrà tutto bene” rassicurante scandito dal sintetizzatore vocale, che nasconde evidenti preoccupazioni per una nuova fase della sua vita, lontana da una sua grande sicurezza, racchiude tutto l’altruismo che solo un grande amore conosce.

    • PRO: Un film emozionante su una vita emozionante, con un bravissimo Eddie Redmayne nei panni di Stephen Hawking.
    • CONTRO: A volte ho avuto la percezione che l’atmosfera fosse un po’ troppo cupa e malinconica.

    * LEGENDA CLASSIFICAZIONE:
    🔴 = parla di disabilità in modo totalmente sbagliato (con pietismo, compassione, «inspiration porn» o eccessiva «romanticizzazione») e inoltre ha una pessima trama, banale o emotivamente ruffiana, facendo leva sulla pancia del pubblico;
    🟡 = parla di disabilità non del tutto correttamente a livello concettuale ma ha una trama molto piacevole, emozionante, divertente o con punti interessanti (insomma, rappresenta comunque un buon prodotto di intrattenimento, così godibile però da non far pensare allo spettatore medio che quello che sta guardando non è proprio inclusivo);
    🟢 = parla di disabilità in modo perfetto e ha pure una storia che funziona, accattivante, riuscendo a coinvolgere e a emozionare chi guarda in modo “sano”, senza ricorrere a un pietismo dannoso.

    ** DISCLAIMER:
    Ogni commento a film, docu e serie TV è puramente personale: l’analisi sul fronte “inclusione” si fonda sempre su uno studio multidisciplinare ed esperienza professionale, mentre non c’è alcuna intenzione di dare pareri tecnici cinematografici, non avendo specifiche competenze in materia. Ricordo inoltre che l’arte resta ovviamente in gran parte soggettiva, perciò tutte le altre opinioni (compreso quelle divergenti) meritano rispetto e sono valide, basandosi sulle proprie emozioni. Fanno parte di questa lista quei titoli entrati nella grande distribuzione come Cinema, Netflix o Amazon Video; sono quindi escluse opere, soprattutto amatoriali, che sarebbero invece difficilmente reperibili.

  • “The special need”

    “The special need”

    TIPOLOGIA: Documentario

    TEMA: Autismo

    TITOLO: “The special need”

    DURATA: 84 min

    REGIA: Carlo Zoratti

    CAST: Enea Gabino, Carlo Zoratti, Alex Nazzi…

    GENERE: Documentario, avventura, drammatico

    CLASSIFICAZIONE: 🟢 *

    TRAMA

    Enea ha 29 anni, vive a Terenzano (Udine) ed è nello spettro dell’autismo. Enea ha il desiderio di fare l’amore per la prima volta, oltre che di avere una vita affettiva realizzata come tutte e tutti gli altri: così, con l’aiuto dei suoi due amici Carlo e Alex, inizia una bella avventura on the road che, a bordo di un vecchio furgone Volkswagen, li porterà prima in Austria e poi in Germania, proprio per raggiungere l’obiettivo tanto sperato…

    COMMENTO PERSONALE **

    “The special need” si presenta come un vero e proprio progetto che vuole (cito) “analizzare le possibili soluzioni al problema della sessualità nei soggetti disabili”. In tal senso condivido poco la scelta dell’uso della parola “special” nel titolo: chi mi conosce sa bene che il termine “speciale” è infatti per me (e non solo) bandito se vogliamo fare inclusione vera, cioè normalizzare certe situazioni e realtà anziché porre ancora di più l’evidenziatore sulle diversità. E no, dire che in questo caso si vuole parlare di un “problema eccezionale” da risolvere non è comunque una giustificazione valida per questa scelta. 

    Giusta, invece, la decisione di usare “need” per ricordare come quello alla sessualità sia un vero e proprio “bisogno” universale, nonché un diritto riguardante la salute psicofisica riconosciuto ufficialmente anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. 

    L’ora e mezza, però, devo dire che non passa così velocemente come speravo, in quanto sono presenti alcuni momenti un po’ troppo lenti o di troppo, come quelli sul lavoro che si sarebbero potuti ridurre: molto efficaci, invece, i pezzi di seduta psicologica tra Enea e la sua terapeuta, dove lui confessa semplicemente che “gli manca l’amore”, dimostrando una genuina attrazione verso l’altro sesso, spinto da un bisogno oggettivo e, mi sia passato il termine, “naturale”.

    Tra alti e bassi, “The special need” riesce comunque a trattare in maniera dignitosa il tema della sessualità in ambito disabilità, che in certe situazioni (a causa del doppio tabù) diventa come ci racconta una problematica concreta, difficile da affrontare e superare qualora non ci siano le condizioni adeguate, compreso una pronta e disponibile situazione familiare. Difficoltà che emergono, talvolta, anche laddove ci si aspetterebbe maggiore apertura (SPOILER, salta al paragrafo successivo se non vuoi leggerlo): significativa la scena in cui anche delle prostitute incontrate per strada si rifiutano di avere un rapporto con Enea una volta saputo che ha un ritardo mentale.

    Si poteva fare di meglio? A parer mio sì, soprattutto per renderlo più scorrevole e accattivante in certi momenti, magari approfondendo ulteriormente la figura dell’assistente sessuale per persone con disabilità: peccato, ad esempio, aver sprecato l’occasione per un confronto concreto tra l’estero e l’Italia, anche per quanto riguarda la figura proposta con la “nostra” attuale proposta di legge, che nel caso specifico non prevede rapporti sessuali completi come invece è possibile in altri Paesi europei. Voglio però premiare una cosa non scontata, ovvero l’unione spontanea tra i tre protagonisti di questo viaggio, fatta di amicizia vera senza pietismo o compassione ma, anzi, anche di scherzi reciproci e frecciatine senza alcuno sconto, con quel pizzico di goliardico maschilismo che, sebbene non mi senta assolutamente di promuovere e difendere, rende ancor più credibile e inclusivo il loro rapporto, mostrando nei loro dialoghi scorci di tenerezza e affetto sincero, emozionante.

    Concludo con un appunto puramente personale: ho trovato davvero fastidiosa la color correction di “The special need”, tendente per tutto il tempo a un giallo estremo, scelta totalmente incomprensibile e per niente funzionale, soprattutto per chi ha disabilità visive riducendo di molto il contrasto delle immagini.

    • PRO: Il rapporto affettuoso e genuino tra i tre protagonisti, senza pietismo né compassione.
    • CONTRO: Documentario lento, a tratti ripetitivo, che rimane un po’ troppo in superficie (e con una color davvero fastidiosa).

    * LEGENDA CLASSIFICAZIONE:
    🔴 = parla di disabilità in modo totalmente sbagliato (con pietismo, compassione, «inspiration porn» o eccessiva «romanticizzazione») e inoltre ha una pessima trama, banale o emotivamente ruffiana, facendo leva sulla pancia del pubblico;
    🟡 = parla di disabilità non del tutto correttamente a livello concettuale ma ha una trama molto piacevole, emozionante, divertente o con punti interessanti (insomma, rappresenta comunque un buon prodotto di intrattenimento, così godibile però da non far pensare allo spettatore medio che quello che sta guardando non è proprio inclusivo);
    🟢 = parla di disabilità in modo perfetto e ha pure una storia che funziona, accattivante, riuscendo a coinvolgere e a emozionare chi guarda in modo “sano”, senza ricorrere a un pietismo dannoso.

    ** DISCLAIMER:
    Ogni commento a film, docu e serie TV è puramente personale: l’analisi sul fronte “inclusione” si fonda sempre su uno studio multidisciplinare ed esperienza professionale, mentre non c’è alcuna intenzione di dare pareri tecnici cinematografici, non avendo specifiche competenze in materia. Ricordo inoltre che l’arte resta ovviamente in gran parte soggettiva, perciò tutte le altre opinioni (compreso quelle divergenti) meritano rispetto e sono valide, basandosi sulle proprie emozioni. Fanno parte di questa lista quei titoli entrati nella grande distribuzione come Cinema, Netflix o Amazon Video; sono quindi escluse opere, soprattutto amatoriali, che sarebbero invece difficilmente reperibili.

  • “Indovina chi viene a Natale?”

    “Indovina chi viene a Natale?”

    TIPOLOGIA: Film

    TEMA: Disabilità fisica

    TITOLO: “Indovina chi viene a Natale?”

    DURATA: 94 min

    REGIA: Fausto Brizzi

    CAST: Diego Abatantuono, Claudio Bisio, Raoul Bova, Carlo Buccirosso, Cristiana Capotondi, Claudia Gerini, Angela Finocchiaro, Rosalia Porcaro, Isa Barzizza, Gigi Proietti, Massimo Ghini…

    GENERE: Commedia

    CLASSIFICAZIONE: 🔴 *

    TRAMA

    Una famiglia allargata e un po’ particolare si riunisce per le feste natalizie: la psicologa Valentina si presenta con il nuovo fidanzato Francesco, persona senza gli arti superiori a causa di un incidente. Per questo, inizialmente, non viene accettato dai genitori di lei, ma presto Francesco dimostrerà di sapersela cavare da solo nonostante le sue difficoltà, nel mentre che i “disagi” tra familiari proseguono…

    COMMENTO PERSONALE **

    Non sono uno di quelli che si offende troppo se vede qualcuno scimmiottare con leggerezza una persona con disabilità, e il politicamente scorretto mi sta pure simpatico quando sostenuto con intelligenza e capacità (perfino il black humor!): è l’ironia spicciola che mi urta il sistema nervoso, perché vuota e sterile, e perché non porta a niente di utile, non fa riflettere né crea valore. Non costruisce niente quando appare improvvisata o populista, senza un minimo di preparazione o cognizione.

    Ecco, “vuoto e sterile” penso sia la definizione giusta per “Indovina chi viene a Natale?”, un film che vorrebbe far divertire e riflettere allo stesso tempo, ma che in realtà risulta noioso e un po’ banale, prevedibile, con quella classica narrazione del genero/nuora “da accettare” per la sua diversità anche da parte di chi non ti aspetteresti, come a voler sottolineare che alla fine la disabilità spiazza pure chi sembrerebbe aperto di mente. D’altronde, chi di noi non ha mai chiesto provocatoriamente “Che cosa faresti se tua figlia o tuo figlio portasse a casa un immigrato? E un ex galeotto? E un disabile??”. Domande un po’ sciocchine, che di fatto riflettono una cultura che non aiuta a sensibilizzare, e infatti il film riesce al massimo a intrattenere qualche amante dei cine-panettoni, perché alla fine quello è il livello, facendo ridere attraverso alcune banalità (anche se dobbiamo ammettere che di volgare non c’è niente – almeno questo…).

    Anche quando si prova a dare qualche lezione morale sulla disabilità, si percepisce chiaramente l’inconsistenza di una trama fragile, senza troppe idee né contenuti di sostanza, e che a malapena gira intorno al filone principale. Mentre le storielle satelliti sembrano più un modo per riempire una sceneggiatura incerta, che non porta così lontano come probabilmente avrebbe voluto (perché forse, con il personaggio di Francesco, in origine c’era pure l’intenzione di allargare la mente dello spettatore, e invece il risultato finale è che rimanga molto poco).

    “Indovina chi viene a Natale?” è uno di quei film da guardare soltanto se non si ha di meglio da fare. Forse, qualche risata riuscirà pure a strapparla, ma vale davvero il prezzo della semplificazione? Perché no, il fatto che venga mostrata una persona con disabilità, e che la storia ruoti intorno ad essa, inscenando un senso di “normalità” sperando di portare alla sua accettazione, non significa necessariamente combattere stereotipi e luoghi comuni per fare inclusione di qualità: quest’ultima va saputa fare, non si improvvisa con un po’ di retorica, perché non è vero che a Natale siamo tutti più buoni.

    • PRO: Il cast, tutto sommato niente male, lo porta un gradino sopra i cine-panettoni.
    • CONTRO: Vuole parlare di disabilità ma non sa farlo nel modo giusto, se l’obiettivo è fare inclusione.

    * LEGENDA CLASSIFICAZIONE:
    🔴 = parla di disabilità in modo totalmente sbagliato (con pietismo, compassione, «inspiration porn» o eccessiva «romanticizzazione») e inoltre ha una pessima trama, banale o emotivamente ruffiana, facendo leva sulla pancia del pubblico;
    🟡 = parla di disabilità non del tutto correttamente a livello concettuale ma ha una trama molto piacevole, emozionante, divertente o con punti interessanti (insomma, rappresenta comunque un buon prodotto di intrattenimento, così godibile però da non far pensare allo spettatore medio che quello che sta guardando non è proprio inclusivo);
    🟢 = parla di disabilità in modo perfetto e ha pure una storia che funziona, accattivante, riuscendo a coinvolgere e a emozionare chi guarda in modo “sano”, senza ricorrere a un pietismo dannoso.

    ** DISCLAIMER:
    Ogni commento a film, docu e serie TV è puramente personale: l’analisi sul fronte “inclusione” si fonda sempre su uno studio multidisciplinare ed esperienza professionale, mentre non c’è alcuna intenzione di dare pareri tecnici cinematografici, non avendo specifiche competenze in materia. Ricordo inoltre che l’arte resta ovviamente in gran parte soggettiva, perciò tutte le altre opinioni (compreso quelle divergenti) meritano rispetto e sono valide, basandosi sulle proprie emozioni. Fanno parte di questa lista quei titoli entrati nella grande distribuzione come Cinema, Netflix o Amazon Video; sono quindi escluse opere, soprattutto amatoriali, che sarebbero invece difficilmente reperibili.

  • “Cuerdas”

    “Cuerdas”

    TIPOLOGIA: Cortometraggio

    TEMA: Disabilità fisica (paralisi cerebrale)

    TITOLO: “Cuerdas”

    DURATA: 11 min

    REGIA: Pedro Solís García

    CAST: María Temprado, Belén Rueda, Blanca Formáriz, Estefanía Nussio, Miriam Martín

    GENERE: Drammatico

    CLASSIFICAZIONE: 🟢 *

    TRAMA

    “Cuerdas“ è una storia ambientata in un orfanotrofio e parla di una ragazzina, Maria, e di un bambino in carrozzina per paralisi cerebrale. Tra i due nascerà una bella amicizia in grado di andare oltre le apparenze, grazie soprattutto all’empatia e all’amore verso il prossimo, e attraverso giochi e corde che terranno i due bimbi legati per sempre…

    COMMENTO PERSONALE **

    “Cuerdas” è semplicemente uno dei corti più belli e commoventi che io abbia visto sulla disabilità, di quelli che veramente andrebbero mostrati nelle scuole, a partire da quelle elementari, fino alle superiori di secondo grado e oltre, all’Università, magari proprio nelle facoltà che formano insegnanti (SPOILER, salta al paragrafo successivo se non vuoi leggere anticipazioni), come la protagonista Maria alla fine diventa, segnata per sempre da un’amicizia indimenticabile.

    Sarà che questo corto il regista Pedro Solis lo ha dedicato a suo figlio Nicholas, affetto davvero da paralisi cerebrale, fatto sta che “Cuerdas” le “corde” le sa toccare nel modo giusto, facendo riflettere e commuovere senza pietismo, sbattendo in faccia una realtà dolorosa ma cercando comunque di ribaltarne la prospettiva con un finale positivo, carico di speranza e di amore.

    • PRO: La semplicità con la quale tratta un tema difficile (e doloroso).
    • CONTRO: Nessuno.

    * LEGENDA CLASSIFICAZIONE:
    🔴 = parla di disabilità in modo totalmente sbagliato (con pietismo, compassione, «inspiration porn» o eccessiva «romanticizzazione») e inoltre ha una pessima trama, banale o emotivamente ruffiana, facendo leva sulla pancia del pubblico;
    🟡 = parla di disabilità non del tutto correttamente a livello concettuale ma ha una trama molto piacevole, emozionante, divertente o con punti interessanti (insomma, rappresenta comunque un buon prodotto di intrattenimento, così godibile però da non far pensare allo spettatore medio che quello che sta guardando non è proprio inclusivo);
    🟢 = parla di disabilità in modo perfetto e ha pure una storia che funziona, accattivante, riuscendo a coinvolgere e a emozionare chi guarda in modo “sano”, senza ricorrere a un pietismo dannoso.

    ** DISCLAIMER:
    Ogni commento a film, docu e serie TV è puramente personale: l’analisi sul fronte “inclusione” si fonda sempre su uno studio multidisciplinare ed esperienza professionale, mentre non c’è alcuna intenzione di dare pareri tecnici cinematografici, non avendo specifiche competenze in materia. Ricordo inoltre che l’arte resta ovviamente in gran parte soggettiva, perciò tutte le altre opinioni (compreso quelle divergenti) meritano rispetto e sono valide, basandosi sulle proprie emozioni. Fanno parte di questa lista quei titoli entrati nella grande distribuzione come Cinema, Netflix o Amazon Video; sono quindi escluse opere, soprattutto amatoriali, che sarebbero invece difficilmente reperibili.

  • “Vado a scuola”

    “Vado a scuola”

    TIPOLOGIA: Documentario

    TEMA: Disabilità fisica

    TITOLO: “Vado a scuola”

    DURATA: 77 min

    REGIA: Pascal Plisson

    CAST: Zahira, Jackson, Carlos e Samuel

    GENERE: Documentario

    CLASSIFICAZIONE: 🟢 *

    TRAMA

    Il documentario mostra le grandi sfide quotidiane che devono affrontare ogni giorno quattro bambini lungo il percorso per andare a scuola: Zahira (12 anni) in Marocco, Jackson (11 anni) in Kenya, Carlos (11 anni) in Patagonia e Samuel (13 anni) in India.

    COMMENTO PERSONALE **

    Due ore, quattro ore, a volte una mattina intera di cammino, tra terreni sconnessi e ripide salite, animali pericolosi da evitare e fiumi sporchi da attraversare. Tutto questo è ciò che devono affrontare i quattro protagonisti di questo documentario per sfamare la loro voglia di sapere, per imparare a scrivere e a leggere, per costruirsi così il futuro che sognano, riscattandosi dalla povertà.

    “Vado a scuola” non parla propriamente di disabilità, ma nel rappresentare le quattro difficili vite include la storia di Samuel, tredicenne indiano che sulla sua sedia a rotelle, molto più simile a un rottame scomodo e rugginoso, affronta ogni viaggio insieme ai due fratellini: ed è proprio la loro commovente dedizione nello spingerlo o nel trainarlo, nell’inventare storie fantasiose lungo il tragitto per ingannare il tempo e la fatica, il loro sistemargli i vestiti e compiere altri gesti di cura e amore, ad arrivarci dritto come un pugno alla bocca dello stomaco. Così come il gruppo di compagni di Samuel, che varcato il cortile della scuola gli corrono intorno per prenderlo e portarlo con loro. Le barriere architettoniche, incredibilmente, vengono annullate grazie alla gentilezza di chi si incontra, nonostante il contesto semplice e povero (penso, ad esempio, all’uomo che ripara la ruota della carrozzina senza chiedere niente in cambio), mentre noi, nella nostra società, continuiamo a scorgere episodi di indifferenza e menefreghismo.

    Ogni storia è una finestra su un mondo lontano, eppure drammaticamente reale, per questo anche crudo, che sottolinea anche le differenze tra persone in base al genere o alle possibilità economiche: lo stesso Samuel, ad esempio, ritiene di essere fortunato perché chi ha una disabilità, secondo lui, raramente va a scuola nel suo Paese, e invece a lui è permesso nonostante la sua famiglia sia povera, al contrario di una sua ex compagna che lui definisce “dotata e non disabile”, di ricca provenienza, ma che non ha potuto comunque proseguire gli studi per scelta dei genitori.

    Straziante poi il finale di “Vado a scuola”, un momento intimo in cui i ragazzini si ritrovano faccia a faccia con la telecamera ed esprimono il loro sogno, chi vogliono essere “da grandi” e cosa vorrebbero realizzare: aiutare la famiglia, le persone malate, gli animali. Una dose di speranza e umanità in grado di lasciarci molto addosso.

    • PRO: Un vero schiaffo che fa bene per rimetterci con i piedi per terra e ricordarci quanto siamo fortunati.
    • CONTRO: Molto adatto per ragazzi e ragazze, l’unico rischio è che in alcuni punti possa risultare loro un po’ lento e noioso, magari non comprendendo il senso di una certa lentezza.

    * LEGENDA CLASSIFICAZIONE:
    🔴 = parla di disabilità in modo totalmente sbagliato (con pietismo, compassione, «inspiration porn» o eccessiva «romanticizzazione») e inoltre ha una pessima trama, banale o emotivamente ruffiana, facendo leva sulla pancia del pubblico;
    🟡 = parla di disabilità non del tutto correttamente a livello concettuale ma ha una trama molto piacevole, emozionante, divertente o con punti interessanti (insomma, rappresenta comunque un buon prodotto di intrattenimento, così godibile però da non far pensare allo spettatore medio che quello che sta guardando non è proprio inclusivo);
    🟢 = parla di disabilità in modo perfetto e ha pure una storia che funziona, accattivante, riuscendo a coinvolgere e a emozionare chi guarda in modo “sano”, senza ricorrere a un pietismo dannoso.

    ** DISCLAIMER:
    Ogni commento a film, docu e serie TV è puramente personale: l’analisi sul fronte “inclusione” si fonda sempre su uno studio multidisciplinare ed esperienza professionale, mentre non c’è alcuna intenzione di dare pareri tecnici cinematografici, non avendo specifiche competenze in materia. Ricordo inoltre che l’arte resta ovviamente in gran parte soggettiva, perciò tutte le altre opinioni (compreso quelle divergenti) meritano rispetto e sono valide, basandosi sulle proprie emozioni. Fanno parte di questa lista quei titoli entrati nella grande distribuzione come Cinema, Netflix o Amazon Video; sono quindi escluse opere, soprattutto amatoriali, che sarebbero invece difficilmente reperibili.

  • “The sessions – Gli incontri”

    “The sessions – Gli incontri”

    TIPOLOGIA: Film

    TEMA: Disabilità fisica (poliomielite)

    TITOLO: “The sessions – Gli incontri”

    DURATA: 98 min

    REGIA: Ben Lewin

    CAST: John Hawkes, Helen Hunt, William H. Macy, Moon Bloodgood, Annika Marks, Adam Arkin, Rhea Perlman, W. Earl Brown, Robin Weigert, Blake Lindsley… 

    GENERE: Documentario

    CLASSIFICAZIONE: 🟢 *

    TRAMA

    Siamo nel 1988 e Mark O’Brien, poeta e giornalista, passa gran parte della sua giornata all’interno di un polmone d’acciaio a causa della poliomielite che lo ha reso tetraplegico già da bambino.

    A 38 anni, temendo di essere vicino alla morte, Mark decide di fare un’esperienza mai provata prima: avere un rapporto sessuale, e per questo, dopo aver consultato il suo sacerdote, si mette in contatto con Cheryl, una professionista del sesso…

    COMMENTO PERSONALE **

    “The sessions”, in origine “The surrogate”, parla della vera storia del poeta Mark O’Brien e si basa sul suo articolo “On Seeing a Sex Surrogate”. Il protagonista è magistralmente interpretato da John Hawkes, ottenendo per questo, tra le altre cose, una candidatura ai Golden Globe come “Miglior attore in un film drammatico”, nonché il riconoscimento di “Miglior attore protagonista” all’Independent Spirit Awards.

    La disabilità, in questo caso una tetraplegia che rende tutti i muscoli del corpo ipotonici compresi quelli legati alla respirazione, viene rappresentata al meglio, anche se tutto o quasi ruota intorno a stereotipi e difficoltà legate alla sfera intima e sessuale: Mark, infatti, perseguendo il suo obiettivo di perdere la verginità, si scontra spesso con i pregiudizi riguardanti questa tematica, talvolta riuscendo a scardinarli (penso al suo rapporto di confidenza e amicizia con il parroco) talvolta subendoli (penso – SPOILER – al rifiuto ricevuto dalla prima assistente di cui si innamora, che solo alla fine gli concederà un “ti amo” e un bacio, anche se su un piano diverso rispetto al sentimento che prova Mark stesso).

    La difficoltà nell’avere relazioni, e quindi di vivere esperienze sessuali, per una persona con disabilità, emerge forte e chiara, amplificata dal fatto che il film è ambientato nella fine degli anni ‘80, perciò quando si aveva una cultura dell’inclusione decisamente più chiusa rispetto all’odierna. “The sessions”, però, riesce a presentare comunque in maniera attuale la figura dell’assistente sessuale, tutt’oggi dibattuta in Italia affinché possa essere legalmente riconosciuta come “operatore e operatrice all’emotività, all’affettività e alla sessualità”.

    Trovo dunque questo un film non solo ben fatto, ma anche prezioso da un punto di vista culturale, per fare sensibilizzazione nonostante, quella proposta in Italia, sia una figura leggermente diversa rispetto a quella raccontata (ad esempio, nell’attuale disegno di legge non è prevista la possibilità di avere un rapporto sessuale completo con chi opera, ma si parla soltanto di una scoperta terapeutica del corpo, per imparare a gestirlo insieme alle proprie pulsioni, per chi ha una grave disabilità fisica o mentale).

    Al di là dell’aspetto informativo, è fondamentale ricordare come quello alla sessualità sia un diritto di tutte e di tutti, per questo lavori come “The sessions” possono aiutare, abituando lo spettatore, a normalizzare anche questo di aspetti, affinché domani sia scontato pensare che una persona con disabilità possa dare e ricevere piacere, che si trovi in una relazione romantica o meno, nonché un suo diritto riguardante il benessere psicofisico.

    • PRO: Importante funzione di sensibilizzazione riguardo al diritto alla sessualità per le persone con disabilità, mostrando nel concreto il ruolo dell’assistente sessuale per disabili.
    • CONTRO: Il fatto che venga mostrato un ruolo che, in realtà, differisce un poco nei compiti rispetto alla figura proposta in Italia con l’attuale disegno di legge, potrebbe essere fuorviante e creare confusione.

    * LEGENDA CLASSIFICAZIONE:
    🔴 = parla di disabilità in modo totalmente sbagliato (con pietismo, compassione, «inspiration porn» o eccessiva «romanticizzazione») e inoltre ha una pessima trama, banale o emotivamente ruffiana, facendo leva sulla pancia del pubblico;
    🟡 = parla di disabilità non del tutto correttamente a livello concettuale ma ha una trama molto piacevole, emozionante, divertente o con punti interessanti (insomma, rappresenta comunque un buon prodotto di intrattenimento, così godibile però da non far pensare allo spettatore medio che quello che sta guardando non è proprio inclusivo);
    🟢 = parla di disabilità in modo perfetto e ha pure una storia che funziona, accattivante, riuscendo a coinvolgere e a emozionare chi guarda in modo “sano”, senza ricorrere a un pietismo dannoso.

    ** DISCLAIMER:
    Ogni commento a film, docu e serie TV è puramente personale: l’analisi sul fronte “inclusione” si fonda sempre su uno studio multidisciplinare ed esperienza professionale, mentre non c’è alcuna intenzione di dare pareri tecnici cinematografici, non avendo specifiche competenze in materia. Ricordo inoltre che l’arte resta ovviamente in gran parte soggettiva, perciò tutte le altre opinioni (compreso quelle divergenti) meritano rispetto e sono valide, basandosi sulle proprie emozioni. Fanno parte di questa lista quei titoli entrati nella grande distribuzione come Cinema, Netflix o Amazon Video; sono quindi escluse opere, soprattutto amatoriali, che sarebbero invece difficilmente reperibili.

  • “Quasi amici”

    “Quasi amici”

    TIPOLOGIA: Film

    TEMA: Disabilità fisica (tetraplegia)

    TITOLO: “Quasi amici”

    DURATA: 112 min

    REGIA: Olivier Nakache e Éric Toledano

    CAST: François Cluzet, Omar Sy, Anne Le Ny, Clotilde Mollet, Alba Gaïa Bellugi, Cyril Mendy, Christian Ameri, Grégoire Oestermann, Marie-Laure Descoreaux…

    GENERE: Drammatico, commeria

    CLASSIFICAZIONE: 🟡 *

    TRAMA

    “Quasi amici” racconta la storia di Philippe Pozzo di Borgo, un ricco signore con tetraplegia in carrozzina, e della sua ricerca di un assistente domiciliare: la sua attenzione cade su Driss Bassari, ex galeotto nero vestito decisamente poco elegante rispetto agli altri candidati, e dai modi di fare rozzi. Lo scopo di Driss, in realtà, non è quello di farsi veramente assumere, ma di presenziare al colloquio per ottenere un attestato di partecipazione in modo da continuare a ricevere i benefici assistenziali per sé e la sua numerosa famiglia. 

    Philippe però, sorpreso dalla presentazione del ragazzo, lo assume per un periodo di prova a partire già dal mattino successivo: nei primi giorni Driss non svolge volentieri alcuni dei servizi di assistenza che deve prestare a Philippe, dimostrandosi inoltre spesso sbadato, ma con il tempo, tra i due nasce una bella amicizia fatta di complicità e anche divertimento, che porterà l’uomo con disabilità a tornare a sentirsi finalmente una persona e non un malato, al punto da coltivare anche l’amore con la complicità del suo ormai fidato assistente.

    COMMENTO PERSONALE **

    Senza girarci troppo intorno, è indubbio che il successo internazionale di “Quasi amici” sia meritato (e poi, confesso, ho un debole per Omar Sy, attore che reputo davvero bravo): gli ingredienti per funzionare ci sono tutti, Philippe Pozzo di Borgo esiste veramente ed è un imprenditore nato in Corsica che vive in Marocco (il suo assistente algerino si chiama Abdel Yasmin Sellou), la sua storia è in grado di emozionare, a tratti commuovere, ma anche divertire e talvolta far riflettere. In quest’ultimo caso (attenzione ai due piccoli spoiler, eventualmente passate al paragrafo successivo), penso a quando Driss gli fa casualmente fumare uno spinello per calmarsi, e in realtà si nota subito come la cannabis riesca a placare la sua notevole sofferenza a livello terapeutico; così come per il tema della sessualità, trattato in modo leggero ma non superficiale, semplicemente con spontaneità (epica la scena in cui Driss chiede a una professionista di massaggiare l’unica parte sensibile di Philipp, l’orecchio).

    Purtroppo, però, anche stavolta si è scelto un protagonista in una posizione socialmente agiata, con tutti gli strumenti a disposizione per poter essere indipendente nonostante le difficoltà che la sua disabilità gli comporta. Si può dire dunque che “Quasi amici” è un gran bel film, ma non che parli davvero di disabilità: le difficoltà quotidiane per le persone tetraplegiche come il protagonista (e non solo per loro) riguardano tantissimi aspetti che rendono tutto davvero complicato, figuriamoci se permettono più di un assistente (e già trovarne uno o una, e trovarli adeguati alle proprie esigenze, è un gran bel da fare, vi garantisco).

    Insomma, è impossibile non consigliare “Quasi amici” essendo ormai diventato un classico del cinema moderno, l’importante è ricordarsi con un certo distacco che ciò che viene rappresentato, sebbene sia ispirato a una storia vera, non aiuta molto ad alimentare consapevolezza, perché banalizza la realtà decisamente più complessa della maggioranza, per niente privilegiata, come invece Philippe, nonostante tutto, ha la fortuna di continuare a vivere da miliardario ormai in pensione.

    • PRO: Driss utilizza un’ironia e un sarcasmo molto diretto nei confronti di Philippe, così come compie alcuni “errori” dovuti alla sua spontaneità che non tiene conto delle difficoltà dell’uomo, e questo permette non solo di empatizzare maggiormente entrando in sintonia, ma anche di “normalizzare” la situazione di Philippe, per giunta in modo divertente.
    • CONTRO: Magari fosse così semplice trovare un assistente domiciliare, e trovarcisi bene! La narrazione della disabilità appare distante dalla realtà, a causa soprattutto della posizione agiata di Philippe che non lo rende troppo schiavo dei problemi quotidiani che di solito deve affrontare ogni giorno una persona nella sua condizione.

    * LEGENDA CLASSIFICAZIONE:
    🔴 = parla di disabilità in modo totalmente sbagliato (con pietismo, compassione, «inspiration porn» o eccessiva «romanticizzazione») e inoltre ha una pessima trama, banale o emotivamente ruffiana, facendo leva sulla pancia del pubblico;
    🟡 = parla di disabilità non del tutto correttamente a livello concettuale ma ha una trama molto piacevole, emozionante, divertente o con punti interessanti (insomma, rappresenta comunque un buon prodotto di intrattenimento, così godibile però da non far pensare allo spettatore medio che quello che sta guardando non è proprio inclusivo);
    🟢 = parla di disabilità in modo perfetto e ha pure una storia che funziona, accattivante, riuscendo a coinvolgere e a emozionare chi guarda in modo “sano”, senza ricorrere a un pietismo dannoso.

    ** DISCLAIMER:
    Ogni commento a film, docu e serie TV è puramente personale: l’analisi sul fronte “inclusione” si fonda sempre su uno studio multidisciplinare ed esperienza professionale, mentre non c’è alcuna intenzione di dare pareri tecnici cinematografici, non avendo specifiche competenze in materia. Ricordo inoltre che l’arte resta ovviamente in gran parte soggettiva, perciò tutte le altre opinioni (compreso quelle divergenti) meritano rispetto e sono valide, basandosi sulle proprie emozioni. Fanno parte di questa lista quei titoli entrati nella grande distribuzione come Cinema, Netflix o Amazon Video; sono quindi escluse opere, soprattutto amatoriali, che sarebbero invece difficilmente reperibili.

  • “Il circo della farfalla”

    “Il circo della farfalla”

    TIPOLOGIA: Cortometraggio

    TEMA: Disabilità fisica (focomelia)

    TITOLO: “Il circo della farfalla”

    DURATA: 23 min

    REGIA: Joshua Weigel

    CAST: Eduardo Verástegui, Nick Vujicic, Doug Jones, Matt Allman, Connor Rosen, Lexy Pearl, Bob Yerkes, Mark Atteberry…

    GENERE: Drammatico

    CLASSIFICAZIONE: 🟢 *

    TRAMA

    “Il circo della farfalla” è la storia di Will, un uomo privo di tutti e quattro gli arti che fa parte, come un vero fenomeno da baraccone, di un circo di “freaks”. Un giorno, però, tra le risate del pubblico a cui ormai era abituato e che crede di meritare, gli si avvicina un uomo, Mr. Mendez, per dirgli che è “magnifico”: dopo un momento di titubanza, Will decide di seguirlo e far parte del suo “Circo della farfalla”, dove si respira un’aria diversa (fin troppo serena, senza “fenomeni da baraccone” ma con show di qualità), con la speranza di poter cambiare la propria vita e trovare uno scopo nel mondo grazie alle proprie risorse e non alla sua diversità usata come debolezza…

    COMMENTO PERSONALE **

    Conoscevo già Nick Vujicic per il suo lavoro di, diciamo, “motivatore” conosciuto in tutto il mondo, e mi ha piacevolmente sorpreso ritrovarlo alla recitazione in un lavoro che parla di disabilità: il modo di dire “Nothing about us withous us” (niente riguardo noi senza di noi) ci ricorda infatti come anche nel cinema certi ruoli dovrebbero essere interpretati dalle persone direttamente coinvolte, che vivono determinate situazioni in prima persona (in questo caso, attori con disabilità ingaggiati per interpretare personaggi con disabilità).

    In tutta onestà, stiamo parlando di un cortometraggio molto semplice che affronta un tema piuttosto banale, o quantomeno trito e ritrito (non solo la diversità e le difficoltà della vita, ma anche l’importanza della caratteristiche che ci rendono unici, così come centrale è il tema della forza interiore, infatti cito: “Più grande è la lotta e più glorioso è il trionfo”). Ciò che semmai fa un po’ la differenza è il modo lineare e diretto, semplice, con il quale viene inscenato un insegnamento comunque importante. E se lo si considera come un lavoro “allegorico”, poetico, allora vale la pena spendere 23 minuti del proprio tempo per qualcosa che alla fine potrebbe anche emozionarci.

    In sintesi, credo che “Il circo della farfalla” possa funzionare molto bene per le ragazze e i ragazzi, da proiettare nelle scuole, proprio perché potrebbe ricordare loro di non sentirsi mai soli, anche quando pensano di non essere capaci in qualcosa o avvertono il peso del giudizio altrui, perché ognuno di noi è perfetto a modo proprio. In tal senso, allora sì, si merita il massimo del voto.

    • PRO: Molto semplice, per questo adatto a ragazze e ragazzi.
    • CONTRO: Molto semplice.

    * LEGENDA CLASSIFICAZIONE:
    🔴 = parla di disabilità in modo totalmente sbagliato (con pietismo, compassione, «inspiration porn» o eccessiva «romanticizzazione») e inoltre ha una pessima trama, banale o emotivamente ruffiana, facendo leva sulla pancia del pubblico;
    🟡 = parla di disabilità non del tutto correttamente a livello concettuale ma ha una trama molto piacevole, emozionante, divertente o con punti interessanti (insomma, rappresenta comunque un buon prodotto di intrattenimento, così godibile però da non far pensare allo spettatore medio che quello che sta guardando non è proprio inclusivo);
    🟢 = parla di disabilità in modo perfetto e ha pure una storia che funziona, accattivante, riuscendo a coinvolgere e a emozionare chi guarda in modo “sano”, senza ricorrere a un pietismo dannoso.

    ** DISCLAIMER:
    Ogni commento a film, docu e serie TV è puramente personale: l’analisi sul fronte “inclusione” si fonda sempre su uno studio multidisciplinare ed esperienza professionale, mentre non c’è alcuna intenzione di dare pareri tecnici cinematografici, non avendo specifiche competenze in materia. Ricordo inoltre che l’arte resta ovviamente in gran parte soggettiva, perciò tutte le altre opinioni (compreso quelle divergenti) meritano rispetto e sono valide, basandosi sulle proprie emozioni. Fanno parte di questa lista quei titoli entrati nella grande distribuzione come Cinema, Netflix o Amazon Video; sono quindi escluse opere, soprattutto amatoriali, che sarebbero invece difficilmente reperibili.

  • “Breaking Bad”

    “Breaking Bad”

    TIPOLOGIA: Serie

    TEMA: Disabilità fisica (paralisi cerebrale)

    TITOLO: “Breaking Bad”

    DURATA: 62 episodi da 43-58 min

    IDEATORE: Vince Gilligan

    CAST: Bryan Cranston, Anna Gunn, Aaron Paul, Dean Norris, Betsy Brandt, RJ Mitte, Giancarlo Esposito, Bob Odenkirk, Jonathan Banks, Laura Fraser, Jesse Plemons…

    GENERE: Drammatico, noir, thriller, azione

    CLASSIFICAZIONE: 🟢 *

    TRAMA

    Walter White è un professore di chimica del New Mexico che vive con la moglie Skyler, incinta della loro secondogenita, e il figlio Walter “Flynn” Junior, che cammina con l’aiuto delle stampelle a causa della paralisi cerebrale.

    Alla soglia dei suoi cinquant’anni Walter scopre di avere un tumore ai polmoni, così, per far fronte alle difficoltà economiche della famiglia e non disponendo della necessaria copertura assicurativa per curarsi, decide di cominciare a cucinare metanfetamina insieme al suo ex studente Jesse Pinkman, diventato da un po’ di tempo un piccolo spacciatore.

    Grazie alla conoscenza della chimica di Walter, il prodotto si rivela di qualità nettamente superiore rispetto a quello della concorrenza: il professore decide così di sfruttare le sue doti per farsi strada nel mercato della droga e ricavare sempre più denaro per la sua famiglia…

    COMMENTO PERSONALE **

    “Breaking Bad”, esattamente come la serie “Sex Education”, non parla specificatamente di disabilità, ma anche in questo caso la mostra nel migliore dei modi, inserendo un personaggio disabile (ovvero il figlio di Walter Whiter, interpretato da RJ Mitte) in maniera “naturale”, dando quasi per scontate le sue difficoltà, senza enfatizzarle o sottolinearle più del dovuto.

    Il ragazzo, in sostanza, al di là di qualche problema di linguaggio o deambulazione derivato dalla paralisi cerebrale, vive la sua vita come tutti gli altri personaggi. In questo modo la disabilità viene percepita come qualunque altra caratteristica, aiutando gli spettatori ad assimilarla fino a vederla scomparire del tutto.

    Infine, sempre in analogia con “Sex Education”, il plus inclusivo è il fatto di aver scelto un attore con disabilità per girare il ruolo di una persona con disabilità, in quanto RJ Mitte ha veramente la paralisi cerebrale. Non serve davvero altro per dire che sì, “Breaking Bad” aiuta davvero l’inclusione (e poi, a prescindere da questo, è la mia serie preferita, per me un vero capolavoro, e la consiglio assolutamente).

    • PRO: Non parla di disabilità ma la include alla perfezione, senza mostrarla in modo enfatizzato, ingaggiando un attore realmente disabile.
    • CONTRO: Che è già finita.

    * LEGENDA CLASSIFICAZIONE:
    🔴 = parla di disabilità in modo totalmente sbagliato (con pietismo, compassione, «inspiration porn» o eccessiva «romanticizzazione») e inoltre ha una pessima trama, banale o emotivamente ruffiana, facendo leva sulla pancia del pubblico;
    🟡 = parla di disabilità non del tutto correttamente a livello concettuale ma ha una trama molto piacevole, emozionante, divertente o con punti interessanti (insomma, rappresenta comunque un buon prodotto di intrattenimento, così godibile però da non far pensare allo spettatore medio che quello che sta guardando non è proprio inclusivo);
    🟢 = parla di disabilità in modo perfetto e ha pure una storia che funziona, accattivante, riuscendo a coinvolgere e a emozionare chi guarda in modo “sano”, senza ricorrere a un pietismo dannoso.

    ** DISCLAIMER:
    Ogni commento a film, docu e serie TV è puramente personale: l’analisi sul fronte “inclusione” si fonda sempre su uno studio multidisciplinare ed esperienza professionale, mentre non c’è alcuna intenzione di dare pareri tecnici cinematografici, non avendo specifiche competenze in materia. Ricordo inoltre che l’arte resta ovviamente in gran parte soggettiva, perciò tutte le altre opinioni (compreso quelle divergenti) meritano rispetto e sono valide, basandosi sulle proprie emozioni. Fanno parte di questa lista quei titoli entrati nella grande distribuzione come Cinema, Netflix o Amazon Video; sono quindi escluse opere, soprattutto amatoriali, che sarebbero invece difficilmente reperibili.