Categoria: Film Disabilità

  • ”Anatomia di una caduta”

    ”Anatomia di una caduta”

    TIPOLOGIA: Film

    TEMA: Ipovedenza

    TITOLO: “Anatomia di una caduta”

    DURATA: 150 min

    REGIA: Justine Triet

    CAST: Sandra Hüller, Swann Arlaud, Milo Machado Graner, Antoine Reinartz, Samuel Theis, Jehnny Beth, Saadia Bentaïeb, Camille Rutherford, Anne Rotger, Sophie Fillières…

    GENERE: Thriller

    CLASSIFICAZIONE: 🟢 *

    TRAMA

    Sandra e Samuel vivono da un anno in una remota località di montagna, insieme al loro figlio di 11 anni Daniel, ipovedente. Sandra è una nota scrittrice, e un giorno è a colloquio con una studentessa per un’intervista, interrotta però dal volume molto alto della musica ascoltata dal marito in un’altra stanza. Poco dopo Samuel viene trovato morto ai piedi della casa, verosimilmente precipitato dal balcone. Così Sandra diventa sospettata per omicidio…

    COMMENTO PERSONALE **

    Sebbene non sia un film specifico sulla disabilità ho voluto comunque inserirlo nella lista proprio perché l’ipovedenza che caratterizza uno dei protagonisti principali viene trattata in modo spontaneo, senza essere enfatizzata in modo caricaturale, per quanto comunque sia piuttosto centrale dato che da essa dipende, in parte, sia il senso di colpa e di responsabilità che provava la vittima (Samuel) sia l’approccio con il quale vengono svolte le indagini sulla sua morte, inevitabilmente condizionate dalle difficoltà, ma anche dalle risorse sensoriali, di Daniel.

    Di negativo non ho niente da segnalare, anzi: ho trovato straordinaria l’interpretazione del giovane Milo Machado Graner (così come di Sandra Hüller), inscenando un ragazzino brillante che si rivelerà più maturo, e quindi decisivo, del previsto, con un finale che sebbene resti aperto ai dubbi ci lascia straziati nella sua scelta, fatta non tanto per amore (e ancor meno convinzione) quanto per ottenere finalmente un briciolo di disperata serenità.

    Degna di menzione è la scena in cui il cane di Daniel si sente male a causa del suo “esperimento”: da qui in poi ogni momento si fa struggente e inquieto, portandoci a empatizzare prima di tutto con il ragazzo.

    “Anatomia di una caduta” è dunque un thriller appassionante che consiglierei a prescindere, non per parlare di disabilità in modo totalizzante ma per “toccarla” come dovrebbe essere, una mera caratteristica di una storia ben sviluppata.

    • PRO: Corretta narrazione della disabilità senza incentrare la storia in modo forzato su di essa.
    • CONTRO: Nessuno in particolare.

    * LEGENDA CLASSIFICAZIONE:
    🔴 = parla di disabilità in modo totalmente sbagliato (con pietismo, compassione, «inspiration porn» o eccessiva «romanticizzazione») e inoltre ha una pessima trama, banale o emotivamente ruffiana, facendo leva sulla pancia del pubblico;
    🟡 = parla di disabilità non del tutto correttamente a livello concettuale ma ha una trama molto piacevole, emozionante, divertente o con punti interessanti (insomma, rappresenta comunque un buon prodotto di intrattenimento, così godibile però da non far pensare allo spettatore medio che quello che sta guardando non è proprio inclusivo);
    🟢 = parla di disabilità in modo perfetto e ha pure una storia che funziona, accattivante, riuscendo a coinvolgere e a emozionare chi guarda in modo “sano”, senza ricorrere a un pietismo dannoso.

    ** DISCLAIMER:
    Ogni commento a film, docu e serie TV è puramente personale: l’analisi sul fronte “inclusione” si fonda sempre su uno studio multidisciplinare ed esperienza professionale, mentre non c’è alcuna intenzione di dare pareri tecnici cinematografici, non avendo specifiche competenze in materia. Ricordo inoltre che l’arte resta ovviamente in gran parte soggettiva, perciò tutte le altre opinioni (compreso quelle divergenti) meritano rispetto e sono valide, basandosi sulle proprie emozioni. Fanno parte di questa lista quei titoli entrati nella grande distribuzione come Cinema, Netflix o Amazon Video; sono quindi escluse opere, soprattutto amatoriali, che sarebbero invece difficilmente reperibili.

  • ”Loop”

    ”Loop”

    TIPOLOGIA: Corto

    TEMA: Non verbalità

    TITOLO: “Loop”

    DURATA: 8 min

    REGIA: Erica Milsom

    CAST: Madison Bandy, Christiano ‘Chachi’ Delgado, Louis Gonzales, Asher Brodkey.

    GENERE: Animazione

    CLASSIFICAZIONE: 🟢 *

    TRAMA

    Renee è una ragazza non verbale di 13 anni che siede pazientemente in una canoa in attesa di un compagno. Marcus, arrivando in ritardo, è costretto dall’istruttore del campo a collaborare con lei, con suo grande fastidio.

    I due proveranno così a interagire e a comunicare ma saranno molte le difficoltà per le loro divergenze… Finché non troveranno il modo di connettersi tra di loro.

    COMMENTO PERSONALE **

    “Loop” è un corto d’animazione Disney molto semplice ma di grande significato. La cosa più bella, a parer mio, è il fatto che della protagonista non sappiamo assolutamente niente, tantomeno la “causa” della sua non verbalità nonostante le difficoltà evidenti: autismo? Disabilità mentale? Non ci interessa! È lei, la sua “persona” che viene messa in risalto e così dovrebbe essere sempre.

    Tutto però ruota intorno al modo in cui il suo compagno Marcus la tratta, dapprima rapportandocisi controvoglia (per imposizione dell’istruttore), per poi trovare il modo di comunicare con Renee attraverso i sensi e la fisicità, in modo tenero e quasi poetico. E anche quando le cose si complicheranno e la situazione parrà sfuggirgli di mano, la sua grande pazienza nell’aspettare i tempi della compagna (cosa assai preziosa e non scontata) ripagherà al punto da connetterli definitivamente e far nascere un’amicizia (attenzione: andate oltre i titoli di coda per scoprirlo!).

    Assolutamente da consigliare perché, appunto in modo semplice, rilascia un grande insegnamento per persone adulte e piccole.

    • PRO: Non specificare la disabilità o la neurodivergenza della protagonista, estrema semplicità, insegnamento finale prezioso.
    • CONTRO: Nessuno.

    * LEGENDA CLASSIFICAZIONE:
    🔴 = parla di disabilità in modo totalmente sbagliato (con pietismo, compassione, «inspiration porn» o eccessiva «romanticizzazione») e inoltre ha una pessima trama, banale o emotivamente ruffiana, facendo leva sulla pancia del pubblico;
    🟡 = parla di disabilità non del tutto correttamente a livello concettuale ma ha una trama molto piacevole, emozionante, divertente o con punti interessanti (insomma, rappresenta comunque un buon prodotto di intrattenimento, così godibile però da non far pensare allo spettatore medio che quello che sta guardando non è proprio inclusivo);
    🟢 = parla di disabilità in modo perfetto e ha pure una storia che funziona, accattivante, riuscendo a coinvolgere e a emozionare chi guarda in modo “sano”, senza ricorrere a un pietismo dannoso.

    ** DISCLAIMER:
    Ogni commento a film, docu e serie TV è puramente personale: l’analisi sul fronte “inclusione” si fonda sempre su uno studio multidisciplinare ed esperienza professionale, mentre non c’è alcuna intenzione di dare pareri tecnici cinematografici, non avendo specifiche competenze in materia. Ricordo inoltre che l’arte resta ovviamente in gran parte soggettiva, perciò tutte le altre opinioni (compreso quelle divergenti) meritano rispetto e sono valide, basandosi sulle proprie emozioni. Fanno parte di questa lista quei titoli entrati nella grande distribuzione come Cinema, Netflix o Amazon Video; sono quindi escluse opere, soprattutto amatoriali, che sarebbero invece difficilmente reperibili.

  • ”Basta guardare il cielo”

    ”Basta guardare il cielo”

    TIPOLOGIA: Film

    TEMA: Sindrome di Morquio

    TITOLO: “Basta guardare il cielo”

    DURATA: 100 min

    REGIA: Peter Chelsom

    CAST: Sharon Stone, Elden Henson, Kieran Culkin, Gena Rowlands, James Gandolfini, Harry Dean Stanton, Gillian Anderson, Meat Loaf…

    GENERE: Drammatico

    CLASSIFICAZIONE: 🟢 *

    TRAMA

    Kevin è un ragazzo molto esile con la “Sindrome di Morquio”, ed è dotato di una straordinaria intelligenza. Max è il suo contrario, molto timido e con una grande difficoltà a socializzare, alto e fisicamente robusto, il che lo rende un facile bersaglio degli altri ragazzi del quartiere che compongono una banda cattiva, anche perché suo padre è in galera, condannato per aver ucciso sua moglie.

    L’amicizia che unirà Kevin e Max, quando si troveranno ad essere vicini di casa, li farà diventare inseparabili tanto da diventare un’unica persona, unendo testa e fisico…

    COMMENTO PERSONALE **

    “L’assassino, l’assassino, ha per figlio un maialino!”

    Già dall’inizio capiamo che il bullismo sarà un filone centrale nel film, e che soprattutto unirà i due protagonisti per un verso o per l’altro.

    Ammetto: inizialmente ho provato una sincera antipatia per Kevin e la sua saccenza, sensazione che mi ha accompagnato fino ai titoli di coda ma, ehi, “inclusione” significa anche questo, provare un sentimento negativo verso una persona con disabilità senza trattarla con pietismo e compassione (e sono “contento” se anche voi avete provato lo stesso, riuscendo a respingere i sensi di colpa)! Al contrario, Max è quanto di più tenero e buono si possa incontrare: l’amico che ogni persona dovrebbe avere, tanto da farsi carico (proprio fisicamente, sulle proprie spalle) del suo unico compagno di vita, prestando se stesso come estensione del corpo disabilitato di Kevin.

    “Basta guardare il cielo” è una storia avvincente che parla di eroi moderni, cavalieri del presente in grado di trasmettere il valore della fedele complementarietà: il piccolo insegnerà all’altro a crescere e a muoversi nel mondo, perfino a conquistare la propria giustizia contro il padre nemico; il grande farà comprendere cosa significhi davvero il termine amicizia, appunto, fino alle lacrime sul finale (perché sì, è molto probabile che si pianga in più punti, fatti tutti di protezione, amore e cura da parte di chi, in modo genuino, non smette mai di credere nel possibile).

    Non ho riscontrato particolari problemi in termini di linguaggio o sul fronte culturale: al massimo, sono stati rappresentati alcuni pregiudizi e stereotipi in modo realistico, propri di una società non certo aperta alla diversità tanto da sfociare spesso nella sopraffazione, ma pronta alle volte a stupirsi e cambiare idea (penso al nonno di Max, ad esempio). Ho molto apprezzato l’utilizzo dissacrante del termine “storpio” (tradotto dall’inglese “freak”) come forma anch’essa di rottura (solo perché usata da Max con lo spirito corretto, ovvero condiviso).

    In conclusione è assolutamente un film che consiglierei, soprattutto in età scolastica per affrontare il tema del bullismo e dell’inclusione della diversità, magari laddove ci sono in classe alunne e alunni con una qualche forma di difficoltà più evidente.

    • PRO: Storia avvincente ed emozionante, viene ben espresso il valore dell’amicizia e della collaborazione oltre ogni diversità.
    • CONTRO: Doppiaggio italiano a parer mio non eccelso (soprattutto per Kevin, totalmente “discordante” per un ragazzino).

    * LEGENDA CLASSIFICAZIONE:
    🔴 = parla di disabilità in modo totalmente sbagliato (con pietismo, compassione, «inspiration porn» o eccessiva «romanticizzazione») e inoltre ha una pessima trama, banale o emotivamente ruffiana, facendo leva sulla pancia del pubblico;
    🟡 = parla di disabilità non del tutto correttamente a livello concettuale ma ha una trama molto piacevole, emozionante, divertente o con punti interessanti (insomma, rappresenta comunque un buon prodotto di intrattenimento, così godibile però da non far pensare allo spettatore medio che quello che sta guardando non è proprio inclusivo);
    🟢 = parla di disabilità in modo perfetto e ha pure una storia che funziona, accattivante, riuscendo a coinvolgere e a emozionare chi guarda in modo “sano”, senza ricorrere a un pietismo dannoso.

    ** DISCLAIMER:
    Ogni commento a film, docu e serie TV è puramente personale: l’analisi sul fronte “inclusione” si fonda sempre su uno studio multidisciplinare ed esperienza professionale, mentre non c’è alcuna intenzione di dare pareri tecnici cinematografici, non avendo specifiche competenze in materia. Ricordo inoltre che l’arte resta ovviamente in gran parte soggettiva, perciò tutte le altre opinioni (compreso quelle divergenti) meritano rispetto e sono valide, basandosi sulle proprie emozioni. Fanno parte di questa lista quei titoli entrati nella grande distribuzione come Cinema, Netflix o Amazon Video; sono quindi escluse opere, soprattutto amatoriali, che sarebbero invece difficilmente reperibili.

  • ”Nata per te”

    ”Nata per te”

    TIPOLOGIA: Film

    TEMA: Sindrome di Down

    TITOLO: “Nata per te”

    DURATA: 113 min

    REGIA: Fabio Mollo

    CAST: Pierluigi Gigante, Teresa Saponangelo, Barbora Bobulova, Alessandro Piavani, Antonio Truppo, Iaia Forte, Silvio Minichiello, Giuseppe Pirozzi…

    GENERE: Drammatico, biografico

    CLASSIFICAZIONE: 🟢 *

    TRAMA

    Alba, una bimba con Sindrome di Down, viene abbandonata alla nascita in un ospedale. Luca Trapanese è un ragazzo gay che lavora in un’associazione per persone con disabilità e con il compagno Lorenzo vorrebbe diventare genitore, così fa più volte richiesta al tribunale per l’adozione ma per la legge italiana la priorità va alle coppie eterosessuali, salvo casi con gravi problematiche: così, dato che il tribunale continua a ricevere risposte negative da parte di coppie etero in merito all’adozione di Alba, Luca (rimasto nel frattempo single) riesce grazie all’avvocata Teresa Ranieri ad ottenere l’affidamento temporaneo per un mese di Alba, diventando un caso politico nazionale…

    COMMENTO PERSONALE **

    Luca Trapanese è un amico, ma questo non condiziona in alcun modo il mio giudizio sul film perché, nonostante conosca bene la sua storia, “Nata per te” aiuta a capire meglio tutte le difficoltà, le ipocrisie e gli ostacoli non solo burocratici ma anche sociali e culturali che si incontrano quando si sceglie semplicemente di donare amore a una bambina o a un bambino.  

    Ammetto: per la sua prima metà il film non mi ha convinto troppo, con dialoghi un po’ superficiali e una narrazione non così entusiasmante. A un certo punto, però, scatta quella “rabbia costruttiva” contro un sistema sbagliato che porta a prendere sempre maggiore consapevolezza su quanto sia ingiusto, ancora oggi, il modo in cui certe famiglie, e in generale le persone, vengono trattate di fronte al tema della genitorialità, fino a commuovermi nella scena finale, bellissima, che paradossalmente è la più semplice: senza parlato, con le sole espressioni gioiose dei protagonisti e la musica di Battisti in sottofondo a incorniciare una vittoria che vittoria non dovrebbe essere, ma pura normalità. Alba, finalmente accolta ufficialmente nella grande famiglia di Luca, con amore. E infine le immagini “reali” sui titoli di coda di Luca e sua figlia.

    L’unica nota stonata, a conti fatti, per me resta il titolo. Sebbene Luca specifichi che non è Alba ad essere “nata per lui” ma lui per lei, e il senso sia comprensibile, avrei fatto una scelta comunicativa diversa, giocando su un altro fronte meno strumentalizzabile. Il rischio di alimentare la critica dei figli come scelta egoistica, a parer mio, non è stata una mossa saggia del regista. Per il resto si tratta di un film che consiglierei, a prescindere dal fatto che si voglia conoscere o meno la storia di Alba Trapanese nello specifico, perché c’è un gran bisogno di prendere posizioni giuste, questa compresa, consapevolmente.

    • PRO: Corretta rappresentazione delle difficoltà (e ipocrisie) burocratiche, aderenza alla storia reale.
    • CONTRO: Dialoghi non entusiasmanti per la prima metà del film, titolo non funzionale.

    * LEGENDA CLASSIFICAZIONE:
    🔴 = parla di disabilità in modo totalmente sbagliato (con pietismo, compassione, «inspiration porn» o eccessiva «romanticizzazione») e inoltre ha una pessima trama, banale o emotivamente ruffiana, facendo leva sulla pancia del pubblico;
    🟡 = parla di disabilità non del tutto correttamente a livello concettuale ma ha una trama molto piacevole, emozionante, divertente o con punti interessanti (insomma, rappresenta comunque un buon prodotto di intrattenimento, così godibile però da non far pensare allo spettatore medio che quello che sta guardando non è proprio inclusivo);
    🟢 = parla di disabilità in modo perfetto e ha pure una storia che funziona, accattivante, riuscendo a coinvolgere e a emozionare chi guarda in modo “sano”, senza ricorrere a un pietismo dannoso.

    ** DISCLAIMER:
    Ogni commento a film, docu e serie TV è puramente personale: l’analisi sul fronte “inclusione” si fonda sempre su uno studio multidisciplinare ed esperienza professionale, mentre non c’è alcuna intenzione di dare pareri tecnici cinematografici, non avendo specifiche competenze in materia. Ricordo inoltre che l’arte resta ovviamente in gran parte soggettiva, perciò tutte le altre opinioni (compreso quelle divergenti) meritano rispetto e sono valide, basandosi sulle proprie emozioni. Fanno parte di questa lista quei titoli entrati nella grande distribuzione come Cinema, Netflix o Amazon Video; sono quindi escluse opere, soprattutto amatoriali, che sarebbero invece difficilmente reperibili.

  • ”The whale”

    ”The whale”

    TIPOLOGIA: Film

    TEMA: Obesità

    TITOLO: “The Wale”

    DURATA: 117 min

    REGIA: Darren Aronofsky

    CAST: Brendan Fraser, Sadie Sink, Jacey Sink, Ty Simpkins, Hong Chau, Samantha Morton, Sathya Sridharan…

    GENERE: Drammatico

    CLASSIFICAZIONE: 🔴 *

    TRAMA

    Charlie è un professore di inglese gravemente obeso e solitario che tiene corsi universitari di scrittura in videoconferenza, ma senza mai attivare la webcam per non mostrare il suo aspetto fisico agli studenti.

    Confinato sul divano e costretto a spostarsi attraverso l’ausilio di un deambulatore, Charlie verte in condizioni di salute molto precarie. Siccome sperimenta episodi di forte dolore al petto e pressione molto alta, Liz (assistente, infermiera e unica amica) insiste che vada a farsi visitare in ospedale, ma Charlie rifiuta poiché non possiede un’assicurazione sanitaria.

    Durante un attacco cardiaco, per puro caso interviene Thomas, un missionario della New Life, setta religiosa che Charlie conosce bene ma odia profondamente. Dal momento che il suo intervento ha aiutato Charlie, Thomas si convince che il Signore lo abbia mandato lì per prendersi cura di lui e continua ad andare a trovarlo per salvargli l’anima, ma l’uomo è consapevole di esser vicino alla fine e desidera soltanto riallacciare i rapporti con sua figlia Ellie, adolescente difficile e ferita dall’abbandono di suo padre, avvenuto quando lei aveva otto anni, per stare con il suo nuovo compagno Alan…

    COMMENTO PERSONALE **

    Quando si tratta di tematiche che non vivo personalmente, prima di scrivere una recensione basata sulle mie opinioni mi confronto ovviamente con chi certe questioni le vive direttamente, nella propria vita e sulla propria pelle. Così ho fatto per “The Whale” e, con piacere (ma avrei preferito di no), ho constatato che l’idea che la maggior parte delle persone attiviste «con corpi grassi» ed esperte di “Fat Studies”, che si occupano di contrasto alla grassofobia, hanno di questo film coincide esattamente con la mia.

    Sarò dunque sintetico toccando i punti principali del film che proprio non vanno e che è importante evidenziare, al di là della trama che comprendo possa essere coinvolgente per il grande pubblico (magari con intenti “voyeur”, cioè con quella curiosità morbosa che non si risparmia abbastanza ai considerati fenomeni da baraccone, ma ne parlerò dopo…) ma che comunque non basta affatto dovendoci mettere nei panni di chi affronta ogni giorno un certo tipo di marginalizzazione sistemica (quasi sempre ignorata, sbeffeggiata o sminuita).

    Partiamo dal punto che, a priori, sapevo con certezza essere sbagliato: adottare la “fat suit” (costumi, protesi o trucchi che ingrassano corpi non sovrappeso o obesi) equivale alla dannosa “black face” utilizzata per interpretare persone nere da attrici e attori che non sono nere o neri. E questo è dunque il punto nocivo più evidente e immediato che si possa percepire.

    Tutto il film è poi caratterizzato da un ritmo lento e pesante (enfatizzando la rappresentazione dello stesso protagonista), condito da auto-commiserazione, vittimismo e pietismo “immobilistico” che di certo non aiutano all’immagine di chi vive la stessa condizione di Charlie (egli stesso si considera “disgustoso” e ricerca tale conferma nelle altre persone, ma anche di questo ne parlerò dopo…).

    E a proposito di mostro: ancora una volta lo stereotipo del “corpo mostruoso” (e un corpo di quella stazza mostruoso lo è davvero, perché così viene rappresentato e pure così finisce, cioè morto) viene sottolineato da dei close-up che inquadrano porzioni del corpo e inestetismi talmente eccezionali da sortire un tossico effetto “wow!” di entusiasmo in chi guarda, lasciando che la cura dei dettagli offuschi totalmente le conseguenze pericolose di quella maschera.

    Insomma il mix di curiosità, disgusto e morbosità che “The Whale” suscita non può portare niente di positivo alla causa dell’inclusione delle persone con corpi grassi, tantomeno inscenando quei disturbi alimentari che (a proposito di auto-sabotaggio e commiserazione), tentando quasi di colpevolizzare il protagonista, è come se volessero alleggerire la responsabilità dei nostri sguardi, come a renderci meno crudeli e meno pungenti, meno nocivi davanti a ciò che stiamo osservando (e inevitabilmente giudicando): la morte di qualcuno, senza fare niente per distaccarcene.

    Ecco che in tutto questo non può esserci nulla di positivo, ribadisco, perciò concludo soltanto con una riflessione finale: chi abita un corpo ai limiti della grassezza viene talmente discriminato, nel suo quotidiano, che difficilmente si trova ad avere strumenti e mezzi, e quindi voce, per esprimere i propri diritti e rivendicare la propria identità. Proprio per questo dovremmo smetterla di osannare a priori certe pellicole, chiedendoci prima di tutto se queste rispettino e rispecchino le idee di chi si può rivedere nei loro personaggi.

    • PRO: La bravura dell’attore e la qualità del costume di scena (“fat suit”) non si discutono, così come l’efficacia dell’atmosfera, perciò li inserisco come punti a favore ma non riesco proprio a considerarli tali se si pensa all’intento e agli effetti sul pubblico del film.
    • CONTRO: Appropriazione di tematiche da parte di chi non le vive sul proprio corpo e nella propria vita, banalizzazione della marginalizzazione delle persone grasse, narrazione “funzionalmente” tragica stereotipata.

    * LEGENDA CLASSIFICAZIONE:
    🔴 = parla di disabilità in modo totalmente sbagliato (con pietismo, compassione, «inspiration porn» o eccessiva «romanticizzazione») e inoltre ha una pessima trama, banale o emotivamente ruffiana, facendo leva sulla pancia del pubblico;
    🟡 = parla di disabilità non del tutto correttamente a livello concettuale ma ha una trama molto piacevole, emozionante, divertente o con punti interessanti (insomma, rappresenta comunque un buon prodotto di intrattenimento, così godibile però da non far pensare allo spettatore medio che quello che sta guardando non è proprio inclusivo);
    🟢 = parla di disabilità in modo perfetto e ha pure una storia che funziona, accattivante, riuscendo a coinvolgere e a emozionare chi guarda in modo “sano”, senza ricorrere a un pietismo dannoso.

    ** DISCLAIMER:
    Ogni commento a film, docu e serie TV è puramente personale: l’analisi sul fronte “inclusione” si fonda sempre su uno studio multidisciplinare ed esperienza professionale, mentre non c’è alcuna intenzione di dare pareri tecnici cinematografici, non avendo specifiche competenze in materia. Ricordo inoltre che l’arte resta ovviamente in gran parte soggettiva, perciò tutte le altre opinioni (compreso quelle divergenti) meritano rispetto e sono valide, basandosi sulle proprie emozioni. Fanno parte di questa lista quei titoli entrati nella grande distribuzione come Cinema, Netflix o Amazon Video; sono quindi escluse opere, soprattutto amatoriali, che sarebbero invece difficilmente reperibili.

  • “Avvocata Woo”

    “Avvocata Woo”

    TIPOLOGIA: Serie

    TEMA: Autismo

    TITOLO: “Avvocata Woo”

    DURATA: 16 episodi da 65 min

    REGIA: Yoo In-shik

    CAST: Park Eun-bin, Kang Tae-oh, Kang Ki-young, Ha Yoon-kyung, Joo Hyun-young, Joo Jong-hyuk, Baek Ji-won…

    GENERE: Drama coreano, giudiziario

    CLASSIFICAZIONE: 🟡 *

    TRAMA

    Woo Young-woo è una ragazza nello spettro dell’autismo che si è laureata in giurisprudenza con il massimo dei voti, ad una delle università più prestigiose, dimostrandosi tra le persone migliori del suo corso. La sua dote è emersa già da piccola: fino ai suoi cinque anni, infatti, non ha mai pronunciato alcuna parola, poi un giorno ha iniziato improvvisamente a recitare a memoria alcune parti del codice penale letto in casa, lasciando subito immaginare quale brillante carriera avrebbe avuto da grande.

    Woo diventerà infatti l’ultima arrivata in un importante studio legale di Seul, e questo la porterà ad affrontare numerose sfide, non solo dentro il tribunale, combattendo soprattutto contro i pregiudizi nei suoi confronti.

    COMMENTO PERSONALE **

    Dico subito che questa serie l’ho guardata abbastanza velocemente e con interesse: sedici episodi che scorrono bene, merito dei casi sempre diversi e piuttosto originali, affrontati in modo brillante da Woo e talvolta anche da altri personaggi (che comunque le ruotano attorno). Ed è soddisfacente vedere la scalata della giovane avvocata, non solo a livello professionale ma anche umano, conquistandosi la fiducia dei suoi collaboratori e anche uno spazio sempre maggiore all’interno della società: quella stessa società che, soprattutto all’inizio della serie, le riversa addosso un sacco di pregiudizi (il suo capo che diffida della sua bravura appena saputo della sua diagnosi; le amiche del ragazzo che si innamora di Woo che, quando li trovano insieme, pensano che lui stia facendo volontariato e non che siano amici, e così via…).

    Quindi la serie, nel suo complesso, mi è piaciuta? Tutto sommato sì e la consiglierei pure, anche a chi come me non ama vedere qualcosa in lingua originale e trova scomodo/faticoso leggere i sottotitoli in italiano. Come già detto, i casi legali affrontati non sono mai noiosi o banali, si trovano poi tanti spunti interessanti e non manca la caratteristica allegria molto “kawaii” a fare da sottofondo, tipica del mondo orientale. Ma vi prego: essendo il tema dell’autismo fortemente centrale, troviamo il coraggio di dire (anche se va contro la massa che l’ha apprezzata) quanto sia piena di errori, anche importanti, in ambito inclusione. Ma andiamo con ordine…

    Per prima cosa, si parla spesso di “persona con disabilità” quando ci si rivolge a Woo, ma ricordiamo che l’autismo è una “neurodivergenza” e che (nonostante i documenti ufficiali e il manuale diagnostico dicano altro, ma d’altronde i tempi cambiano e quindi cambia anche la cultura, e alla base di essa troviamo il linguaggio che si evolve con il crescere della consapevolezza delle persone direttamente coinvolte) non “È”, di per sé, una disabilità, bensì “HA” o “COMPORTA”, in alcuni casi, più o meno disabilità. La differenza è sottile ma molto importante perché rimanda al modello biopsicosociale della disabilità, secondo il quale quest’ultima non sarebbe una caratteristica fissa ma il risultato dell’interazione sfavorevole tra un individuo e il contesto esatto in cui si trova in un preciso momento, evidentemente inaccessibile da un punto di vista architettonico, sensoriale o sociale.

    In secondo luogo, non riesco ad essere clemente con la protagonista, che risulta quasi odiosa da quanto viene resa una “macchietta” piena di stereotipi super amplificati sull’autismo, come il suo ripetere alcune frasi, l’evitare interazioni sociali, l’incapacità di esprimere emozioni, l’ossessione per i capi di abbigliamento senza etichette, il fissarsi su dettagli precisi o l’assumere comportamenti evidentemente “strani” (senza fare troppi spoiler, vi dico solo che per riuscire a passare oltre le porte girevoli deve fingere di ballare un valzer per coordinare i passi). Certo, non voglio mancare di rispetto a nessuno, e ricordiamo che si tratta di cose che accomunano molte persone nello spettro, ma per queste (soprattutto quelle ad altissimo funzionamento come Woo, che compiono una vita molto vicina a quella dei neurotipici) raramente sono così enfatizzate, o così presenti tutte insieme. E sebbene si stia parlando pur sempre di fiction, trovo che perdere aderenza dalla realtà sia assolutamente controproducente.

    Che poi, si è mai visto un film dove una persona autistica fa l’idraulico o la giornalaia, giusto per dire due lavori a caso? No, e infatti anche stavolta la giovane Woo non poteva che essere un’avvocata con lode, sottolineando la sua incredibile dote mnemonica, fondamentale per risolvere casi in maniera quasi robotica tanto è meccanica, alla quale sono associate le persone autistiche più stereotipate. Una narrazione che rende tutto più semplice, troppo semplice da vedere e da accettare, ma che non è di tutte e di tutti.

    In questo senso, si può dire che l’unico personaggio davvero ben fatto, seppur passeggero, è quello del sospettato omicida nell’episodio tre, un ragazzo con una forma di autismo decisamente più grave di quella di Woo, avendo importanti deficit di comunicazione, e per questo (purtroppo) rispecchia molto più da vicino, con i suoi limiti e stereotipie, una fetta maggiore di persone autistiche, al contrario dell’avvocata che è molto più di un’eccezione alla regola.

    È pur vero che a rendere tutto questo meno critico ci sono alcuni temi marginali sicuramente credibili, come quello della difficoltà a trovare lavoro e dunque conseguente raccomandazione (avrebbe mai lavorato, Woo, se qualcuno non avesse chiesto la sua “protezione”?), il pietismo e la compassione, in parte il bullismo, così come il tema dell’amore, vissuto con tutte le difficoltà culturali e i pregiudizi del caso, anche familiari. Ecco, questo sì, rende maggiormente realistica la realtà circostante a Woo, peccato che appunto faccia soltanto da sfondo alla storia principale, dove il fulcro di tutto rimane l’autismo della ragazza e le sue avventure, sempre affrontate “a modo suo”, ad esempio evocando balene (delle quali non smette di parlare in modo logorroico con chiunque) che nella sua immaginazione fungono da metafora per arrivare alle soluzioni dei problemi da risolvere.

    Insomma, negare il successo mondiale di “Avvocata Woo” sarebbe sciocco, così come sciocco sarebbe non riconoscere la crescente espansione in Occidente di lavori provenienti dalla Corea del Sud: per questo motivo non me la sento di bocciare del tutto questo titolo. L’importante è prendere questa serie per quello che è, ovvero intrattenimento puro, senza alcuna missione divulgativa di tipo tecnico, perché vorrebbe dire sovrastimare notevolmente il suo messaggio (se mai ne voglia avere uno, tra l’altro). Perché no, stare a contatto con l’autismo è tutt’altro che simpatico.

    • PRO: Capace di intrattenere per tutte e sedici le puntate, con casi giudiziari coinvolgenti e interessanti.
    • CONTRO: Il personaggio dell’avvocata Woo, per quanto ben delineato, risulta eccessivamente “fumettistico”, ben distante da ciò che realmente comporta l’autismo nel quotidiano per la maggior parte delle persone nello spettro.

    * LEGENDA CLASSIFICAZIONE:
    🔴 = parla di disabilità in modo totalmente sbagliato (con pietismo, compassione, «inspiration porn» o eccessiva «romanticizzazione») e inoltre ha una pessima trama, banale o emotivamente ruffiana, facendo leva sulla pancia del pubblico;
    🟡 = parla di disabilità non del tutto correttamente a livello concettuale ma ha una trama molto piacevole, emozionante, divertente o con punti interessanti (insomma, rappresenta comunque un buon prodotto di intrattenimento, così godibile però da non far pensare allo spettatore medio che quello che sta guardando non è proprio inclusivo);
    🟢 = parla di disabilità in modo perfetto e ha pure una storia che funziona, accattivante, riuscendo a coinvolgere e a emozionare chi guarda in modo “sano”, senza ricorrere a un pietismo dannoso.

    ** DISCLAIMER:
    Ogni commento a film, docu e serie TV è puramente personale: l’analisi sul fronte “inclusione” si fonda sempre su uno studio multidisciplinare ed esperienza professionale, mentre non c’è alcuna intenzione di dare pareri tecnici cinematografici, non avendo specifiche competenze in materia. Ricordo inoltre che l’arte resta ovviamente in gran parte soggettiva, perciò tutte le altre opinioni (compreso quelle divergenti) meritano rispetto e sono valide, basandosi sulle proprie emozioni. Fanno parte di questa lista quei titoli entrati nella grande distribuzione come Cinema, Netflix o Amazon Video; sono quindi escluse opere, soprattutto amatoriali, che sarebbero invece difficilmente reperibili.

  • “Corro da te”

    “Corro da te”

    TIPOLOGIA: Film

    TEMA: Disabilità fisica (paraplegia)

    TITOLO: “Corro da te”

    DURATA: 113 min

    REGIA: Riccardo Milani

    CAST: Miriam Leone, Pierfrancesco Favino, Pilar Fogliati, Vanessa Scalera, Piera Degli Espositi, Carlo Luca De Ruggieri, Eleonora Nomandini, Pietro Sermonti, Andrea Pennacchi, Michele Placido, Giulio Base…

    GENERE: Commedia, sentimentale

    CLASSIFICAZIONE: 🔴 *

    TRAMA

    In “Corro da te”, remake del film francese “Tutti in piedi” (Tout le monde debout) di Franck Dubosc, il protagonista è Gianni, un importante uomo d’affari affermato nella vita e nelle sue continue relazioni fugaci. Alla morte di sua madre si trasferisce nel suo appartamento dove conosce la nuova vicina, Alessia, che vorrebbe come al suo solito conquistare, ma questa a causa di un malinteso crede che Gianni sia una persona con disabilità e così gli offre la sua assistenza: Gianni, come prevedibile, se ne approfitta decidendo di stare al gioco, fingendosi davvero in carrozzina.

    Dopo un po’ di tempo Alessia gli presenta sua sorella Chiara: musicista classica e tennista paraplegica. Anche stavolta, per orgoglio personale, Gianni prova a mettere in atto il suo lato da Don Giovanni riuscendo a portarsi a letto anche quest’ultima, vantandosene con i propri amici, ma quando Alessia, scoprendo la verità sul suo stato fisico, lo minaccia di raccontare tutto a sua sorella se non l’avesse fatto lui, Gianni comprende di essersi davvero innamorato questa volta, prendendo anche coscienza dei propri errori.

    COMMENTO PERSONALE **

    Per apprezzare davvero a fondo “Corro da te” dovrei spegnere completamente il cervello, o quantomeno la mia parte da attivista, e mi godrei una sceneggiatura leggera e divertente, piena di ingredienti vincenti, come il finale romantico che fa sempre presa sul grande pubblico, figuriamoci quando si parla di disabilità. Il film meriterebbe anche soltanto per l’epica scena del bagno nella piscina di casa del protagonista (che non spoilero, ma che effettivamente è un colpo di fantasia notevole). Da tutto questo, ne verrebbe fuori un film di discreto successo, degno di essere consigliato, magari addirittura proiettato nelle scuole con l’obiettivo di divulgare messaggi importanti, come quello che l’amore “va oltre” una carrozzina, o come l’invito a non essere mai superficiali.

    Purtroppo però il mio giudizio su “Corro da te” è un altro. La leggerezza e l’ironia sono troppo spesso superficialità, gli ingredienti predominanti risultano pietismo e compassione, portandoci subito a empatizzare con la “povera” Chiara, mentre il finale romantico non è altro che un contenitore di luoghi comuni: lui che alla fine diventa “bravo” perché riesce ad “accettare” lei; Chiara che perdona Gianni e si accontenta del suo amore a scoppio ritardato perché in fondo lei è pur sempre disabile, e d’altronde ci vuole tempo per certe cose (e poi chi “se la prende” – come se fosse necessariamente un peso – una persona con disabilità??); i commenti degli amici pregni di moralismo in difesa di lei senza nemmeno conoscerla (che poi vorrei vederli tutti loro al posto di Gianni se si sarebbero innamorati); oppure il paternalismo di Alessia che quasi infantilizza la sorella tanto è protettivo, e così via.

    Chiara, poi, eccelle in tutto: nella musica, nello sport, perfino nell’estetica da quanto è bella, e alla fine si rivelerà più furba e intelligente del previsto, conquistandosi definitivamente l’affetto del pubblico. Un escamotage per amplificare il contrasto con quella carrozzina che nell’immaginario comune è limitante (“nonostante la disabilità” lei fa un sacco di cose e le fa pure bene), anziché essere uno strumento di libertà e indipendenza dinamico come, in questo caso, chi ci è seduta sopra. Ma ciò serve anche a rendere più semplice la narrazione, perché far innamorare Gianni di una brutta spastica bavosa (scusate il mio essere diretto, al diavolo il perbenismo!) sarebbe stato decisamente più complesso, diciamocelo. O per qualcuno, addirittura più “coraggioso”, perché d’altronde, “si sa”, ci vuole coraggio a stare con una persona con disabilità in una coppia mista.

    E invece non ce ne vuole affatto a parlare di disabilità come si è scelto di fare in “Corro da te” (e ancor prima in “Tutti in piedi”, che non sposta di una virgola il risultato). Pure il politicamente corretto Gianni, sciupafemmine doc, risulta poco credibile immaginandoci già dove andrà a parare il film e quale sarà il lieto finale.

    E se è vero che lei salva lui dal suo mondo cinico e freddo, rendendolo in un certo senso “migliore” (anche qui, siamo sicuri che una persona sia davvero migliore solo perché si è avvicinata alla disabilità? E perché dovrebbe essere proprio la disabilità a migliorare? D’altronde esistono anche persone disabili antipatiche, oppure più stronze di Gianni!), perché mai dovremmo accettare allo stesso modo il fatto che lui salvi lei, come si vuole fare intendere? Salvarla da cosa, poi? (Forse, dalla solitudine o dalla tristezza, altri due tratti associati a una disabilità stereotipata). Di certo, non dal suo essere disabile, che è irrimediabile. Perché dunque si deve ancora una volta scadere in certi luoghi comuni?

    Quindi no, non basta una carrozzina su una locandina e una donna disabile forte e bella, in grado di “distruggere” le malsane sicurezze di un uomo, per definirlo una favola romantica paritaria e inclusiva. “Corro da te” rappresenta un contenuto pop, sicuramente molto godibile, ma che di utile all’inclusione ha ben poco, in quanto ancora una volta approssimativo di una realtà ben diversa, e terreno minato di tutto ciò che dovremmo evitare per normalizzare certe situazioni.

    • PRO: Il film è divertente, sa intrattenere con la giusta ironia mai volgare, e poi Favino è sempre meraviglioso, così come la Leone ha saputo interpretare dignitosamente il personaggio di Chiara. Infine, ribadisco, epica la scena della piscina, che ha saputo convincere anche il mio lato romantico.
    • CONTRO: Vuole palesemente essere un film sulla disabilità, ma non si parla veramente di inclusione, o almeno lo si fa in modo totalmente sbagliato, alimentando pietismo e compassione, ma soprattutto rafforzando certi stereotipi e luoghi comuni. Da vedere, quindi, solo se realmente consapevoli di ciò che è e, soprattutto, di come dovrebbe essere.

    * LEGENDA CLASSIFICAZIONE:
    🔴 = parla di disabilità in modo totalmente sbagliato (con pietismo, compassione, «inspiration porn» o eccessiva «romanticizzazione») e inoltre ha una pessima trama, banale o emotivamente ruffiana, facendo leva sulla pancia del pubblico;
    🟡 = parla di disabilità non del tutto correttamente a livello concettuale ma ha una trama molto piacevole, emozionante, divertente o con punti interessanti (insomma, rappresenta comunque un buon prodotto di intrattenimento, così godibile però da non far pensare allo spettatore medio che quello che sta guardando non è proprio inclusivo);
    🟢 = parla di disabilità in modo perfetto e ha pure una storia che funziona, accattivante, riuscendo a coinvolgere e a emozionare chi guarda in modo “sano”, senza ricorrere a un pietismo dannoso.

    ** DISCLAIMER:
    Ogni commento a film, docu e serie TV è puramente personale: l’analisi sul fronte “inclusione” si fonda sempre su uno studio multidisciplinare ed esperienza professionale, mentre non c’è alcuna intenzione di dare pareri tecnici cinematografici, non avendo specifiche competenze in materia. Ricordo inoltre che l’arte resta ovviamente in gran parte soggettiva, perciò tutte le altre opinioni (compreso quelle divergenti) meritano rispetto e sono valide, basandosi sulle proprie emozioni. Fanno parte di questa lista quei titoli entrati nella grande distribuzione come Cinema, Netflix o Amazon Video; sono quindi escluse opere, soprattutto amatoriali, che sarebbero invece difficilmente reperibili.

  • “Crazy for football – Matti per il calcio”

    “Crazy for football – Matti per il calcio”

    TIPOLOGIA: Film

    TEMA: Disabilità intellettiva

    TITOLO: “Crazy for football – matti per il calcio”

    DURATA: 112 min

    REGIA: Volfango De Biasi

    CAST: Sergio Castellitto, Max Tortora, Massimo Ghini, Lorenzo Renzi, Antonia Truppo, Cecilia Dazzi, Angela Fontana, Lele Vannoli, Simone Baldassaroni…

    GENERE: Drammatico

    CLASSIFICAZIONE: 🟢 *

    TRAMA

    “Crazy for football – matti per il calcio” è la vera storia di un gruppo di pazienti psichiatrici provenienti da dipartimenti di salute mentale di tutta Italia, accomunati dallo stesso sogno: partecipare ai mondiali di “calcio a cinque” per, appunto, pazienti psichiatrici.

    Così, lo psichiatra Saverio Lulli coinvolge sua figlia Alba e l’allenatore Vittorio Zaccardi (vedovo e dipendente dal gioco d’azzardo) per guidare il gruppo di pazienti, con la speranza di entrare nella rosa finale dei dodici giocatori che parteciperanno al ritiro e, successivamente, al campionato mondiale, ma per sostenere la partecipazione alla competizione, non trovando sponsor, Lulli ipoteca la sua casa…

    COMMENTO PERSONALE **

    Ispirato all’omonimo documentario del 2016, “Crazy for football – matti per il calcio” si presenta come un film estremamente divertente (Max Tortora, in questo, per me resta una garanzia) ma al contempo serio (ancora una volta troviamo un bravissimo Castellitto, nonostante la veste un po’ più leggera rispetto alle sue solite), senza mai sminuire la tematica affrontata, così importante e pure non semplice da affrontare.

    Ciò che traspare subito, infatti, è l’equilibrio tra una giusta ironia e un profondo rispetto verso la salute mentale e i pazienti psichiatrici, trattati nel modo più spontaneo e naturale possibile, con tanta dolcezza ed empatia: a tal proposito, molto apprezzabile l’importanza che viene data alle parole, come quando Saverio redarguisce Vittorio per il fatto che usi la parola “normale” in contrapposizione a chi soffre di malattie mentali, ricordandogli non solo che si tratta di un termine sbagliato ma anche che, alla fine, il concetto di “normalità” è fin troppo relativo.

    In tutto questo, è centrale anche l’importanza dello sport e del gioco di squadra, vero e proprio toccasana per la salute psicofisica (al pari delle medicine e delle terapie), in grado di migliorare notevolmente la condizione di chi ne prende parte, tant’è che ogni membro della nazionale compie una tangibile evoluzione durante il corso del film: chi evitava il contatto fisico riesce a farsi abbracciare durante l’esultanza per un goal, chi non scopriva mai le braccia decide di giocare a maniche corte, chi provava fastidio per le linee sul campo finisce con il correre senza alcun problema, e così via.

    “Crazy for football – matti per il calcio” è un film leggero ma in grado anche di saper emozionare, facendo riflettere nel modo giusto mostrando una realtà fin troppo sommersa a causa della sua frequente invisibilità, senza mai edulcorarla. Ed essendo ispirato a un documentario, il risultato è credibile e ben riuscito, scorrevole, senza mai annoiare.

    PS: se vi è piaciuto questo film, vi segnalo anche “Non ci resta che vincere”, già recensito qui, che lo ricorda molto sia per la storia, in parte, sia per il modo positivo in cui i protagonisti vengono trattati.

    • PRO: Ironia e serietà in grado di far riflettere, emozionare e divertire.
    • CONTRO: Nessuno in particolare.

    * LEGENDA CLASSIFICAZIONE:
    🔴 = parla di disabilità in modo totalmente sbagliato (con pietismo, compassione, «inspiration porn» o eccessiva «romanticizzazione») e inoltre ha una pessima trama, banale o emotivamente ruffiana, facendo leva sulla pancia del pubblico;
    🟡 = parla di disabilità non del tutto correttamente a livello concettuale ma ha una trama molto piacevole, emozionante, divertente o con punti interessanti (insomma, rappresenta comunque un buon prodotto di intrattenimento, così godibile però da non far pensare allo spettatore medio che quello che sta guardando non è proprio inclusivo);
    🟢 = parla di disabilità in modo perfetto e ha pure una storia che funziona, accattivante, riuscendo a coinvolgere e a emozionare chi guarda in modo “sano”, senza ricorrere a un pietismo dannoso.

    ** DISCLAIMER:
    Ogni commento a film, docu e serie TV è puramente personale: l’analisi sul fronte “inclusione” si fonda sempre su uno studio multidisciplinare ed esperienza professionale, mentre non c’è alcuna intenzione di dare pareri tecnici cinematografici, non avendo specifiche competenze in materia. Ricordo inoltre che l’arte resta ovviamente in gran parte soggettiva, perciò tutte le altre opinioni (compreso quelle divergenti) meritano rispetto e sono valide, basandosi sulle proprie emozioni. Fanno parte di questa lista quei titoli entrati nella grande distribuzione come Cinema, Netflix o Amazon Video; sono quindi escluse opere, soprattutto amatoriali, che sarebbero invece difficilmente reperibili.

  • “Marilyn ha gli occhi neri”

    “Marilyn ha gli occhi neri”

    TIPOLOGIA: Film

    TEMA: Disabilità intellettiva

    TITOLO: “Marilyn ha gli occhi neri”

    DURATA: 112 min

    REGIA: Simone Godano

    CAST: Stefano Accorsi, Miriam Leone, Thomas Trabacchi, Mariano Pirrello, Orietta Notari, Marco Messeri, Andrea Di Casa, Ariella Reggio, Valentina Oteri…

    GENERE: Commedia, sentimentale

    CLASSIFICAZIONE: 🟢 *

    TRAMA

    La mitomane Clara e il nevrotico Diego fanno parte di un centro diurno di riabilitazione per persone con disturbi, e sono seguiti dallo psichiatra Paris, il quale più volte sostiene che occorra portare la realtà all’interno del loro mondo.

    Un giorno Diego decide di trasformare il centro in un ristorante, così Clara accetta e coinvolge nel progetto anche gli altri pazienti: Sosia, che è convinto che tutte le persone siano appunto dei sosia; Susanna che ha la sindrome di Tourette; Chip che crede di essere spiato e Gina, una ragazza con disturbi relazionali.

    Incredibilmente l’apertura del ristorante fa il tutto esaurito con i clienti attirati sia dalle false recensioni del locale sia dallo spettacolo del personale in servizio, ma qualcosa va poi storto…

    COMMENTO PERSONALE **

    “Marilyn ha gli occhi neri” è un film a suo modo dolce, in grado di rappresentare la disabilità mentale senza scadere in un’eccessiva stereotipizzazione, pur mantenendo una certa leggerezza di fondo (e anche ironia) che rende la storia un pizzico surreale ma comunque godibile anche sul fronte inclusivo, dato che ciò che viene rappresentato non si discosta troppo da progetti socio-educativi in atto ogni giorno con persone con disabilità fisiche e intellettive, soprattutto per garantire loro, magari attraverso il lavoro, lo sviluppo di una certa autonomia.

    Una delle mie scene preferite (SPOILER, salta al paragrafo successivo se non vuoi leggerlo) è quella in cui Clara finge di avere una relazione con Diego per salvarlo dalle grinfie della ex moglie, facendole fare una pessima figura (oltre che, sotto sotto, suscitare in lei un briciolo di gelosia). Ma mi è piaciuto anche il fatto che lo psichiatra Paris, in un momento di fragilità di Clara, le abbia raccontato qualcosa di profondamente intimo, ovvero il suo passato da ragazzino ribelle e “deviante”, e quanto ogni giorno lui sia sempre in conflitto con quella sua parte, ricordandole che si può comunque cambiare imparando a gestirla: soprattutto quest’ultimo messaggio credo sia importante per ribadire come, alla fine, anche la persona più insospettabile possa in realtà affrontare o avere affrontato delle importanti difficoltà, magari invisibili, e questa “normalizzazione” non può fare che bene. Una spontaneità che viene fuori soprattutto nella scena forse più alta di tutto il film, ovvero l’ultima in cui Diego si trova a tavola con il proprio babbo, il quale gli ricorda con “amorevole disprezzo” quanto sia stata dura crescerlo e quanto sia difficile conviverci e sopportarlo ogni giorno, e perciò quanto sia importante l’amore di chi, nonostante tutto, resta sempre accanto.

    Consiglio quindi la visione di “Marilyn ha gli occhi neri” perché ha una delicatezza non stucchevole, e al tempo stesso un modo non dannoso di raccontare la disabilità mentale, mostrandone alcune caratteristiche senza generalizzare, ma bensì cucendole addosso a ogni singolo personaggio. Accorsi e la Leone, poi, sono stati sufficientemente convincenti, anche se talvolta un pizzico “caricaturali”, ma per la natura di questo lavoro, di fiction, ci possiamo stare.

    • PRO: Ironia e leggerezza usate in questo caso bene per trattare la disabilità mentale.
    • CONTRO: Un pizzico di minor fiction avrebbe reso forse meno “esagerato” il film.

    * LEGENDA CLASSIFICAZIONE:
    🔴 = parla di disabilità in modo totalmente sbagliato (con pietismo, compassione, «inspiration porn» o eccessiva «romanticizzazione») e inoltre ha una pessima trama, banale o emotivamente ruffiana, facendo leva sulla pancia del pubblico;
    🟡 = parla di disabilità non del tutto correttamente a livello concettuale ma ha una trama molto piacevole, emozionante, divertente o con punti interessanti (insomma, rappresenta comunque un buon prodotto di intrattenimento, così godibile però da non far pensare allo spettatore medio che quello che sta guardando non è proprio inclusivo);
    🟢 = parla di disabilità in modo perfetto e ha pure una storia che funziona, accattivante, riuscendo a coinvolgere e a emozionare chi guarda in modo “sano”, senza ricorrere a un pietismo dannoso.

    ** DISCLAIMER:
    Ogni commento a film, docu e serie TV è puramente personale: l’analisi sul fronte “inclusione” si fonda sempre su uno studio multidisciplinare ed esperienza professionale, mentre non c’è alcuna intenzione di dare pareri tecnici cinematografici, non avendo specifiche competenze in materia. Ricordo inoltre che l’arte resta ovviamente in gran parte soggettiva, perciò tutte le altre opinioni (compreso quelle divergenti) meritano rispetto e sono valide, basandosi sulle proprie emozioni. Fanno parte di questa lista quei titoli entrati nella grande distribuzione come Cinema, Netflix o Amazon Video; sono quindi escluse opere, soprattutto amatoriali, che sarebbero invece difficilmente reperibili.

  • “The father”

    “The father”

    TIPOLOGIA: Film

    TEMA: Demenza

    TITOLO: “The father”

    DURATA: 97 min

    REGIA: Florian Zeller

    CAST: Anthony Hopkins, Olivia Colman, Mark Gatiss, Imogen Poots, Rufus Sewell, Olivia Williams.

    GENERE: Drammatico, thriller

    CLASSIFICAZIONE: 🟢 *

    TRAMA

    Anthony ha la demenza e per questo dimentica costantemente gli eventi importanti della sua vita, ma anche dove sono riposte le sue cose. Parlando con la figlia Anne si mostra ostile verso la nuova badante: dice che gli ha rubato l’orologio ed è convinto che non lascerà mai il suo appartamento.

    Quando la figlia lo informa che ha intenzione di trasferirsi da Londra a Parigi con il nuovo compagno, Anthony si confonde credendola ancora sposata con James (dal quale però è divorziata da cinque anni). Il giorno dopo, infatti, Anthony vede in casa uno sconosciuto, Paul, e pensa che sia quell’uomo a vivere nel suo appartamento, ma Paul gli ricorda di essere il compagno di Anne e che è invece lui, Anthony, a vivere con loro due.

    Anne fissa allora un colloquio con una nuova badante, Laura, a cui l’uomo dirà di non aver bisogno di nessuna assistenza, ricominciando così con dei comportamenti molto ostili che lo porteranno a discutere anche con la figlia e il suo compagno, fino a ritrovarsi in ospedale dove rivede sua figlia Lucy che però è morta anni prima in seguito a un incidente…

    COMMENTO PERSONALE **

    Un film complesso nella sua estrema semplicità. E con questo non intendo che sia difficile da comprendere, poiché risulta fin troppo chiaro il senso che “The father” vuole trasmettere: credo soltanto che solo chi ha vissuto o stia vivendo a pieno una simile esperienza, con una persona cara colpita da demenza, possa riconoscersi davvero nell’estenuante lentezza, ripetizione e struggimento finale che questa pellicola prova a trasmettere. Incluso il rapporto padre-figlia che fa quasi da colonna portante per tutti i 97 minuti.

    Da questo punto di vista ogni mio commento risulterebbe dunque poco autentico, perché mi è impossibile (per fortuna) calarmi in ciò che vive il protagonista, e ancor più i suoi familiari lucidi davanti alla perdita graduale del sé che si sgretola insieme allo spazio e al tempo circostante. E il rischio di banalizzazione della tematica, già troppo spesso sminuita dalla società, è a parer mio alto.

    L’atmosfera generale transita continuamente tra sogno e allucinazione, tra ricordi e buio totale, tra la realtà più concreta fino a una punta di horror esistenziale in grado di incutere inquietudine. Anche tra le braccia dell’infermiera che accompagna il finale. E solo per questo, senza scendere in descrizioni superflue, credo che la disabilità di Anthony sia stata rappresentata nel migliore dei modi.

    “The father” è dunque un film che può risultare un capolavoro se si pensa a come sia stata rappresentata una condizione tanto difficile quanto, talvolta, non abbastanza compresa; oppure noioso e monotono se si resta (legittimamente) in superficie senza porci domande sull’“oltre”. Ad ogni modo un’opera, quella di Zeller, che merita un’opportunità, anche solo per la grande interpretazione di Anthony Hopkins, con il suo perfetto cambiamento continuo di stati d’animo.

    • PRO: Il senso estenuante di ripetizione, di vuoto e lentezza, di “lotta” continua con se stessi e con le persone intorno rappresenta piuttosto bene la condizione della demenza, insieme allo sgretolarsi del tempo e dello spazio.
    • CONTRO: La sua semplicità rischia di rendere monotono e poco “approfondito” il tema trattato se non si vuole andare oltre ciò che si vede.

    * LEGENDA CLASSIFICAZIONE:
    🔴 = parla di disabilità in modo totalmente sbagliato (con pietismo, compassione, «inspiration porn» o eccessiva «romanticizzazione») e inoltre ha una pessima trama, banale o emotivamente ruffiana, facendo leva sulla pancia del pubblico;
    🟡 = parla di disabilità non del tutto correttamente a livello concettuale ma ha una trama molto piacevole, emozionante, divertente o con punti interessanti (insomma, rappresenta comunque un buon prodotto di intrattenimento, così godibile però da non far pensare allo spettatore medio che quello che sta guardando non è proprio inclusivo);
    🟢 = parla di disabilità in modo perfetto e ha pure una storia che funziona, accattivante, riuscendo a coinvolgere e a emozionare chi guarda in modo “sano”, senza ricorrere a un pietismo dannoso.

    ** DISCLAIMER:
    Ogni commento a film, docu e serie TV è puramente personale: l’analisi sul fronte “inclusione” si fonda sempre su uno studio multidisciplinare ed esperienza professionale, mentre non c’è alcuna intenzione di dare pareri tecnici cinematografici, non avendo specifiche competenze in materia. Ricordo inoltre che l’arte resta ovviamente in gran parte soggettiva, perciò tutte le altre opinioni (compreso quelle divergenti) meritano rispetto e sono valide, basandosi sulle proprie emozioni. Fanno parte di questa lista quei titoli entrati nella grande distribuzione come Cinema, Netflix o Amazon Video; sono quindi escluse opere, soprattutto amatoriali, che sarebbero invece difficilmente reperibili.