Siamo il Paese che usa l’immigrazione per giustificare i propri fallimenti

Condividi questo articolo!
Share on Facebook
Facebook
9Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin
Email this to someone
email

Siamo alle solite. L’odore di elezioni inizia a farsi percepire: nei Comuni, nelle province e anche un po’ più in là. Tra nuove bagarre e vecchi rancori c’è chi continua a rovistare nei razzismi di ogni genere, alla ricerca spasmodica di capri espiatori per rendere la luna più piccola e le dita sempre più grandi, distogliendo gli sguardi dalle proprie mancanze.

Una campagna continua, un gioco perverso all’ultimo stralcio di visibilità per apparire i più bravi e i più giusti della corsa. Patinati come le foto in prima pagina. Ed ecco che puntualmente si richiedono riunioni con le Associazioni, incontri con le famiglie (i così detti caregiver) e i tavoli di lavoro con le persone con disabilità, fino a quel momento quasi del tutto ignorate.

D’altro canto, siamo il Paese che ha bisogno di utilizzare dei disgraziati per giustificare le mancanze di fondi. “Questi immigrati ti rubano la pensione e i sussidi!”. Non sapete quante volte me lo sia sentito dire. E ogni volta ho tentato di risparmiare fiato, perché far l’elenco di ciò che realmente limita certi diritti sarebbe sfiancante: evasori fiscali, sprechi pubblici, opere incompiute, chi timbra il cartellino e va a fare la spesa, falsi invalidi, chi si mette ingiustamente alla mutua, pompose spese militari, multe mancate, mafiosi, corrotti, stronzi.

Una battaglia navale dove il missile fortunato è di chi la spara più grossa per ricevere like e consensi. Dove gli unici a ricordarsi che “accessibilità” e “inclusione” sono questioni trasversali restano, alla fine, coloro che vivono situazioni di apparente svantaggio. Perché se non hai un disabile in casa, automaticamente non sai comprendere cosa significhino marciapiedi dissestati, scalinate negli edifici pubblici, gradini in tutti i locali.

Ma soprattutto, non hai idea di cosa voglia dire dipendere costantemente da qualcuno. E, il più delle volte, doverlo pagare quel qualcuno, a suon di sacrifici e qualche preghiera. Ecco allora che se imparassimo tutti a metterci nei panni degli altri, tutto l’anno, ci ricorderemmo forse di scendere in piazza più spesso. E di farlo perché giusto, non perché si hanno le ruote. Senza cercare scuse altrove.

Condividi questo articolo!
Share on Facebook
Facebook
9Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin
Email this to someone
email
0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *